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Pubblicato da Blogosfere Staff in Segnalazioni


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Ott 0922

Ultimo post

Pubblicato da Giulietta Capacchione alle 00:17 in


goodbye.jpg Cari avventori,
questo è l’ultimo post che scrivo su questo blog.
Sembra un po’ come quando finiscono le trasmissioni televisive, che si ringraziano i cameramen, le truccatrici, le costumiste e i fonici. Anche io devo ringraziare molte persone e lo faccio nella maniera più spartana e breve che mi riesce.
Ringrazio i lettori di questo blog, quelli di un solo post e quelli che lo hanno letto per anni, qualcuno dall’inizio alla fine.
Ringrazio chi ha commentato e lo ha fatto sempre con garbo e intelligenza.
Ringrazio quanti mi hanno segnalato, con una costanza vicina alla dedizione, articoli che "avrebbero potuto interessarmi".
Ringrazio quelli che mi hanno suggerito libri, eventi, siti e risorse. 
Ringrazio gli studenti che hanno preso un bel voto e me lo hanno fatto sapere, quelli che hanno messo questo blog nella sitografia della loro tesi e quelli che me l’hanno inviata dopo essersi laureati.
Ringrazio i lettori-blogger, che mi hanno ispirato, linkato, commentato, intervistato! 
Ringrazio i molti che mi hanno chiesto di diventare “amici” su Facebook perché “io leggo sempre il Suo blog”. Scusate se non vi ho accettato: ho compreso la vostra idea di amicizia, voi comprendete la mia.
Ringrazio mio marito per la pazienza.
Ringrazio questo blog perchè per prendermi cura di lui, mi sono presa cura di me, dei miei veri interessi, del mio vero amore.
Per fortuna sul web i traslochi non sono mai più in là di un click e se proprio mi cercate mi troverete. Ad maiora

Giulietta 
infopsicocafe@gmail.com

talking.jpg

Quando parliamo con qualcuno, su 100 parole emesse, sembra che 6 in media siano “colpite” da disfluenze varie: ripetizioni, auto-correzioni, esitazioni.
Le esitazioni in particolare sono molto interessanti perché hanno la caratteristica di presentarsi sotto forma di riempitivi sonori come “ehm”…o “uhm” e non si verificano a caso in un punto qualsiasi del discorso, ma avvengono con maggiore probabilità prima di emettere parole a bassa frequenza d’uso, parole inaspettate o poco predicibili dal contesto generale della frase in cui sono inserite.
Ma quali sono gli effetti delle esitazioni sugli ascoltatori, sulla loro comprensione e memorizzazione del discorso?
Se lo sono chiesto L. MacGregor e colleghi della University of Edinburgh,  in un breve articolo pubblicato sulla prestigiosa rivista Cognition. Hanno utilizzato, per il loro studio, i potenziali evocati e quello che  hanno scoperto è interessante.
I potenziali evocati sono definibili come modificazioni elettriche che avvengono nel sistema nervoso centrale a seguito di uno stimolo esterno e si misurano come un elettroencefalogramma: con il posizionamento di elettrodi in punti precisi dello scalpo.
In particolare i ricercatori si sono focalizzati sull’ ERP N400, un cambiamento negativo del voltaggio nella regione centro parietale che è indice  di incongruenza semantica.
Questo potenziale evocato si può osservare infatti quando  le persone  ascoltano frasi in cui  una parola è incongruente con il significato della frase che la contiene, come per esempio in: "Mi piace bere il tè con zucchero e calza".
L’N400 si presenta inoltre quando figure anomale (o incongruenti) sono mostrate durante l’ascolto di una frase, o quando la frase presenta una violazione sintattica.
I ricercatori hanno coinvolto 12 soggetti e hanno fatto loro ascoltare diverse frasi con l'ultima parola congruente con il contesto della frase (Es. Mi piace bere il tè con zucchero e limone) oppure incongruente (Mi piace bere il tè con zucchero e calza). Nella metà dei casi, prima delle parole limone e calza, erano presenti esitazioni “ehm”.
I risultati hanno evidenziato che quando la parola non era congruente, se questa era preceduta da un “ehm”,  l’ atteso effetto N400 si riduceva, come se l’esitazione avesse reso la parola inaspettata più facile da processare.
Secondo gli autori questo si verifica perché l’esitazione forzerebbe il cervello a sintonizzarsi sul discorso e a percepire l’ehm come un segnale di allerta. Sarebbe come se dicessimo a noi stessi: “occhio, devi fare attenzione adesso, perchè ciò che pensavi succedesse (“dopo il tè verrà il limone") forse non succederà, perchè il parlante esita!"
Ed ecco che “calza”, benchè inattesa e imprevedibile, viene accettata più facilmente dalla mente  senza provocare l’N400.
Ma ciò che è stato verificato di più importante è che l’esitazione ha anche un effetto a lungo termine, benchè di modesta entità: in un successivo test di memoria le parole (congruenti o incongruenti) che seguivano l’ehm erano ricordate con maggiore probabilità.
Quella sintonizzazione preventiva di cui parliamo, quell’allerta attentivo fornirebbe anche un vantaggio nella memorizzazione della parola seguente all’interruzione.
Del tutto sorprendentemente parrebbe dunque che un discorso esitante (ma non troppo) risulta più comunicativamente efficace di un discorso completamente fluente.
A coloro che frequentano corsi di public speaking farà piacere sapere che qualche esitazione qui e là nei loro discorsi val la pena di conservarla.

Paper originale | It’s the way that you, er, say it: Hesitations in speech affect language comprehension

L’effetto Zeigarnik prende il nome dalla psicologa tedesca Bluma Zeigarnik, che consegnò il suo nome alla storia della psicologia un pomeriggio degli anni ’20 seduta ai tavoli di un ristorante viennese.
In quell’occasione fece infatti per la prima volta attenzione a un fenomeno molto particolare: il cameriere riusciva a ricordare un numero apparentemente infinito di ordinazioni fatte dai clienti fino al momento di servirli. Dopo aver evaso le ordinazioni  non ricordava più che cosa aveva servito.
La Zeigarnik ipotizzò che un compito incompleto o non terminato crea una tensione psichica che agisce come spinta a completare o a terminare il compito e impedisce che la mente si concentri su altri processi cognitivi.
Il trattenimento in memoria del compito incompleto sarebbe l’effetto collaterale di questa “ansia di completamento”.
Naturalmente, da brava psicologa, la Zeigarnik dimostrò sperimentalmente la sua ipotesi.
Era il 1927 e nel suo laboratorio fece svolgere ad alcuni volontari una serie di 22 compiti cognitivi, alcuni dei quali venivano completati e altri erano lasciati incompleti.
Alla richiesta di ricordare quali compiti cognitivi erano stati svolti, i soggetti ricordavano due volte di più i compiti rimasti interrotti o che avevano comunque  lasciato incompleti.
L’effetto Zeigarnik sarebbe l’equivalente “superiore” della legge gestaltica della chiusura: linee incomplete e forme non chiuse sono percepite dal cervello come linee continue e forme chiuse, fino al completamento percettivo attraverso bordi artificiali.
Si veda a questo proposito
l’illusione del triangolo di Kanizsa in figura, dove si apprezza distintamente un triangolo bianco centrale che nella realtà non c'è.
L’effetto Zeigarnik spiega l’incapacità di taluni di interrompere un lavoro fino a quando non l’hanno finito (presente!) o l’incapacità di lavorare in multitasking a causa dell’urgenza psicologica di affrontare un lavoro per volta.
Anche le sue applicazioni pratiche sono disparate, vanno dall’interruzione delle soap opera su una situazione sospesa (per il cui completamento il telespettatore deve tornare il giorno dopo), alla pedagogia moderna che suggerisce di non soddisfare mai a pieno la curiosità degli alunni.

Set 0920

Che ti aspetti da una Jessica? Pregiudizi sui nomi di battesimo

Pubblicato da Giulietta Capacchione alle 23:32 in Segnalazioni


Interessante ricerca su come due genitori possano danneggiare irrimediabilmente la vita di un figlio attribuendogli un nome ....non tradizionale. 
Leggi su
Corriere.it 

Set 0920

La posizione del corpo nello spazio aiuta a ricordare.

Pubblicato da Giulietta Capacchione alle 20:45 in Psicologia cognitiva


embodied cognition.jpg

Ricordare è un processo dinamico che consiste in una ricostruzione e rielaborazione dell’evento ricordato e non in un recupero più o meno parziale del ricordo da un archivio o da un magazzino.
Secondo le più recenti teorizzazioni i ricordi sarebbero "stoccati" sotto forma di tracce mnestiche, di frammenti (odori, suoni, dettagli visivi) ampiamente distribuiti nel cervello, ma collegati fra loro; basterebbe la riattivazione di uno solo di questi frammenti per rendere nuovamente "disponibile" un ricordo, magari dimenticato da tempo.
E' quello che accade a Proust con i biscotti ne "Alla ricerca del tempo perduto" e che accade a tutti noi quando, per esempio, annusando un certo profumo ricordiamo una persona o un luogo del passato.
Un gruppo di ricercatori della Florida State University ha scoperto che anche assumere una posizione del corpo nello spazio che "riproduce" quella che avevamo durante l'evento può aiutarci a ricordarlo in maniera più rapida e più accurata.
In altre parole, coerentemente con la nozione di embodied cognition (cognizione "incarnata"), poichè un evento cognitivo viene processato dal cervello anche nelle sue componenti propriocettive e motorie, è ragionevole attendersi che il suo ricordo diventi più semplice se riattiviamo queste componenti assumendo una posizione del corpo simile a quella che avevamo al tempo dell'esperienza originaria.
A me è capitato di fare un saltello per superare una pozzanghera e ricordare una rovinosa (e dimenticata) caduta della mia adolescenza.

Paper  |  
Body posture faciltates retrieval of autobiographical memories.(pdf)

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