Conversazioni di psicologia contemporanea
“Gridavo aiuto ma nessuno si fermava”...
Sono le parole della ragazza stuprata a Bologna mercoledì scorso da un giovane di presunta nazionalità marocchina ora ricercato dalla polizia.
Tutte le volte che si legge dell’indifferenza delle persone, di questa incomprensibile inerzia collettiva di fronte a una situazione così grave si è portati ad avere un atteggiamento interrogativo e talvolta severo nei confronti di chi ha omesso di accorrere in aiuto.
Purtroppo numerose ricerche, a partire da quelle storiche di Latanè e Darley del 1970, hanno dimostrato che, nella stessa situazione, è molto probabile che chiunque di noi si sarebbe comportato allo stesso modo.
La decisione di intervenire in una situazione di emergenza è il frutto di una sequenza di passaggi cognitivi e decisionali il cui esito può essere di volta in volta la causa dell'inibizione della risposta d’aiuto.
In primo luogo bisogna accorgersi dell’evento, considerazione non banale poichè per ragioni di distrazione, preoccupazione o occupazione nelle proprie faccende può risultare complesso financo rendersi conto che qualcosa di insolito stia accadendo sul ciglio della strada che percorriamo.
In secondo luogo bisogna interpretare l’evento come un’emergenza.
In questo passaggio il potenziale soccorritore dovrà affrontare la difficoltà di stabilire che si tratta veramente di un crimine, dovrà superare la sua preoccupazione di doversi vergognare in caso di fraintendimento e si chiederà infine se la vittima si meriti di essere aiutata.
Le gente generalmente pensa che le persone in difficoltà hanno il destino che si meritano, questa reazione si basa sull’opinione condivisa di un mondo giusto. Colui che pensa che il mondo sia giusto è propenso a credere che la vittima deve aver fatto qualcosa per meritare i suoi guai.
Nella particolare vicenda si può aver pensato che i due fossero fidanzati e che non fosse lecito o opportuno interferire con le vicende private di una coppia.
A questo punto se ci si rende conto della necessità di intervenire ci si chiederà se non sia troppo pericoloso farlo, si valuterà quindi il costo dell' azione oltre a stimare la disponibilità dei mezzi necessari a portare aiuto: sono in grado di intervenire?
In ultima istanza anche il contesto sociale sarà oggetto di valutazione.
Quando si è gli unici a poter agire lo si fa più facilmente di quando si confida sul fatto che potrebbe farlo qualcun altro.
Questo comportamento va sotto il nome di “diffusione di responsabilità” o “effetto passante”.
Più è alto il numero dei potenziali presenti più è basso il livello di responsabilità personale che ciascuno assumerà su sè stesso. Lungo una strada i possibili “altri” sono virtualmente moltissimi e l’individuo si rassicurerà con la considerazione che “qualcuno si farà carico del problema”.
Infine la definizione collettiva della situazione può bloccare l’azione.
Quando qualcuno vede che gli altri passano e non intervengono può trarre la conclusione che non ci si trova di fronte a un caso di emergenza o che aiutare è rischioso.
Il risultato è che tutti i membri di un gruppo finiscono per influenzarsi a vicenda e decidere quindi di rimanere inerti.
Queste evidenze comportamentali, riottenute in moltissimi esperimenti divenuti ormai classici della psicologia sociale, sembrano essere contrari alla logica: maggiore è la gente disponibile o il luogo affollato più pronto ed efficiente ci aspetteremmo arrivasse l’aiuto.
Purtroppo uno degli aspetti più spaventosi della vita urbana è che i probabili protagonisti di un'aggressione saranno un carnefice, una vittima e svariati testimoni non innocenti.
sì, è giusta la tua traduzione. Io continuo a chiamarla teoria, fermo restando che anch'io la penso come te e che ho avuto non pochi problemi con la gente che ritengo "rintronata" ma che purtroppo la pensa così...
nemmeno io sono "addetta ai lavori", appunto chiedo a loro di illuminarmi, visto che un paio d giorni fa mentre si parlava di queste cose brutte che stanno accadendo, una mia conoscente ha attaccato la mia tesi, dicendo che sì, la violenza è una gran brutta cosa, ma che le donne "con comportamente non proprio consoni" possono aumentare il rischio.
caro Geppetto..in passato avrei dato un pugno in bocca a certa gente, ma poi ho capito che questo serve solo ad irrigidirli nella loro idiozia..
idiozia che vorrei cercare di demolire e non di rafforzare........
Grazie per la risposta.
Uno/a che viene solo sfiorato dall'idea che una vittima di una violenza se la va a cercare e' un/a rintronato/a, un/a immaturo/a. Di questi ne e' pieno il mondo.
Per aprire un canale di comunicazione con queste persone, penso puoi porgere le domande di cui sopra e moltissime altre. Ogni individuo avra' una sua risposta piu' o meno diversa. (Chissa' cosa ne pensano gli addetti ai lavori di queste mie affermazioni?)
Lasciamo un attimo da parte la "teoria" (ma chiamiamola con il suo nome proprio: "fandonia"). Ho capito bene che il tuo problema e' "come mi rapporto ad un/a XXX con pregiudizi del tipo di cui sopra".
Giusto?
no..non mi fanno ribrezzo assolutamente i deboli...diciamo che sto dalla loro parte
credo, per dati reali che ho, che i colpevolizzatori siano più del 10%, ne credo che siano del tutto sballati
mi interessa la teoria perchè, nel caso si dimostrasse valida potrebbe offrire una valida chiave di comunicazione con quella fetta dell'umanità che ti rifiuti di riconoscere perchè "esigua".
se anche fossero pochi, mi interessa intereagire anche con questa gente che si crede dalla parte della ragione e ritiene che le donne se la vadano a cercare.
Cosa ti spinge verso una - improbabilissima - teoria omnicomprensiva di un sistema altamente variabile e caotico come quella della vita (e delle vite)? Per di piu' una teoria che colpevolizza.
Hai problemi di empatia con le vittime forse?
Ti fanno ribrezzo i deboli? chi non e' perfetto?
Fifa per la tua incolumita'? Paura delle malattie? che ti succeda "qualcosa"?
Credo che il 90% dell'umanita' non ha bisogno di colpevolizzare le vittime, quindi il restante 10% deve avere qualche molla particolare nel proprio cervello.
ciao Giulietta,
non sono psicologa, ma mi interesserebbe approfondire alcune tematiche legate alla teoria del "mondo giusto".
Capisco (ma non giustifico) questa concezione per quanto riguarda alcuni tipi di soprusi dai quali ci si sente potenzialmente esclusi, o si ritiene di esserlo in modo del tutto irrazionale.
trovi che questa teoria possa essere estesa a qualsiasi tipo di "reato"?
per te cara anonima son passate 13 anni io...avevo 6 anni ed ora ne ho 53 il colmo e'...... che mia figlia e' stata stuprata da suo fratello cioe' mio figlio ! stavo cosi' attenta a fuori casa che e' sucessso in casa non avrei mai pensato che dopo il mio padre potesse accadere di nuovo in casa. continuo a lottare ! ho un e-mail apposta stuprateanonimeitalia@yahoo.com ...............baci
Mi dispiace Anonima, che questo articolo ti abbia suscitato ricordi dolorosi. Non scusarti. Un caro abbraccio.
Io li ammazzerei tutti!!
So cosa significa vivere quell'incubo.
Ti rovina la vita!! Anche se riesci ad andare avanti, è come un fantasma..sta sempre lì e ti fa assumere comportamenti che mai vorresti assumere. Incubi, pianti. è uno schifo. E nessuno che ti può capire, perché nessuno sa. L'unica cosa che ti sentirai dire per tutto il resto della tua vita: "SEI STRANA"!
Quindi, vi consiglio di capire sempre perché una persona si comporta in un certo modo evitando di dire "strana"!
Nessuno è strano. C'è sempre un perché dietro! Sempre!
Devono solo morire. Basta leggere una cosa del genere che scoppi a piangere. E per me sono passati 13 anni, ma ancora non è passata. Non voglio immaginare per questa bimba, perché è una bimba!!
P.s. scusate per la pseudo mail
alle 08:12
Geppetto
Cara federica,
adesso ho capito perfettamente.
Con tutti i problemi e le difficolta' che ci sono, pure con la meschinita' e l'egoismo dobbiamo confrontarci!
Rallegrati dunque della tua maggiore empatia, che ti pone ad un livello superiore.
Un paio di ipotesi:
1. rabbia, invidia: le irraggiungibili concorrenti della tua conoscente, le fighettine tirate, vanno eliminate: per esempio, ipotizzando che attirino le aggressioni.
2. ansie, paure: puo' succedere anche a me. No, capita alle pollastrelle piu' fighettine di me.
3. etc.
Antidoto: migliorare l'immagine di se', la sicurezza nelle proprie capacita', crescere.