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Gen 0620

Hikikomori…il mondo in una stanza

Pubblicato da Giulietta Capacchione alle 16:35 in Psicologia clinica


HikikomoriE’ strano che le parole giapponesi abbiano un suono così dolce anche quando indicano cose spiacevoli e dure. E’ stato il caso di “tsunami”, è il caso di “hikikomori”.
Hikikomori significa “ritiro” e indica una modalità con cui alcune centinaia di migliaia di giovani giapponesi hanno "deciso" di esprimere il proprio male di vivere.
Una mattina, quando aveva 15 anni, Takeshi si chiuse alle spalle la porta della sua stanza e non vi uscì più per i successivi quattro anni.
Non andò più a scuola, non lavorò, non incontrò amici. Mese dopo mese, 24 ore al giorno, visse (se vita si può chiamare) in una stanza non più grande di un grosso materasso, mangiando gnocchi, riso e altre pietanze che sua madre cucinava, guardando giochi televisivi e ascoltando i Radiohead.
”Qualcosa” diceva “che fosse scuro e suonasse disperato”.

Anche Y.S., quando aveva 14 anni e dopo anni di maltrattamenti psicologici da parte dei compagni di scuola, si era ritirato nella sua stanza e aveva continuato a guardare la televisione, a navigare su internet e a costruire modellini di automobili per 13 anni. Metà della sua vita.
Sono queste due delle tante storie di hikikomori raccontate in un lungo e bell’
articolo del New York Times del 15 gennaio scorso.

La parola hikikomori fu coniata dal dott.Tamaki Saito, direttore del Sofukai Sasaki Hospital, quando cominciò a rendersi conto della similarità sintomatologica in un numero sempre crescente di adolescenti che mostravano letargia, incomunicabilità e isolamento totale.
Il dott. Saito è oggi il maggior esperto di questo disturbo e ha scritto diversi articoli e libri sull’argomento, compreso: “Come salvare vostro figlio dall’hikikomori”.

La diffusione del fenomeno in Giappone ha avuto luogo negli ultimi 10 anni e il dott. Saito stima che un milione di giapponesi ne siano coinvolti, praticamente l’1% della popolazione.
Stime più caute parlano di un range compreso fra 100.000 e 320.000 individui.
Sebbene esistano anche ragazze, circa l’80% di hikikomori sono maschi, i più giovani hanno 13-14 anni, e i ritiri, questa sorta di “autosequestri”, possono durare anche più di 15 anni.

Sulle cause del fenomeno si fanno solo ipotesi. Come l’anoressia, la cui diffusione è pressocchè limitata alle culture occidentali, anche l’hikikomori sembra essere una sindrome culturale che si sviluppa in un paese specifico durante un particolare momento della sua storia.
I giapponesi hanno dato la colpa a qualunque cosa: alle madri oppressive e a quelle assenti, ai padri troppo impegnati, al bullismo scolastico, all’economia in recessione, alle pressioni accademiche e ai video game.
Ma il tutto va probabilmente collocato sullo sfondo di una società sociologicamente in crisi e che, soprattutto, si nutre di una cultura dalle caratteristiche uniche al mondo e non sempre "sane".
James Roberson, antropologo culturale al Tokyo Jogakkan College ed editore del libro “Uomini e mascolinità nel Giappone contemporaneo” punta il dito su un particolare atteggiamento giapponese nei confronti del successo personale.
Secondo Roberson i ragazzi cominciano a percepire una forte pressione all’autorealizzazione già nella scuola media e l’hikikomori potrebbe essere una resistenza a questa pressione.
Anche il dott. Saito, che ha trattato più di 1000 hikikomori, attribuisce il disagio al contesto familiare e sociale, all’interdipendenza fra genitori  e figli e alle pressioni su di essi, in particolare quelli più grandi, perché siano eccellenti negli studi e nella professione.
Se un ragazzo non segue un preciso percorso verso un’università d’elite o un’ azienda di prestigio molti genitori, e di conseguenza i loro figli, vivono questo come un grave fallimento.
Molti fra gli stessi pazienti raccontano di anni scolastici da incubo, di episodi di bullismo, in cui venivano maltrattati per essere troppo grassi o troppo magri o persino per essere migliori di qualcun altro nello sport o nella musica. Come usano dire i giapponesi: “Il chiodo che sporge va preso a martellate”...

I sintomi. Oltre all'isolamento sociale gli hikikomori soffrono tipicamente di depressione e di  comportamenti ossessivo compulsivi, ma non è facile comprendere se questi siano una conseguenza della reclusione forzata a cui si sottopongono o una concausa del loro chiudersi in gabbia.
Alcuni hikikomori si fanno la doccia per diverse ore al giorno e indossano guanti spessi per tenere a bada i germi, mentre altri strofinano le mattonelle nella doccia per ore e ore.
Nonostante lo stereotipo sia quello di un uomo che non lascia mai la sua stanza, molti reclusi si avventurano fuori, una volta al giorno o una volta alla settimana, per andare in un Konbini, un supermarket aperto 24 ore.
Lì possono trovare colazioni a portar via, pranzi e cene, e poiché di solito si svegliano a mezzogiorno e vanno a dormire al mattino presto, il konbini è una scelta sicura e anonima a tarda notte. La cassiera non parla e tutti gli altri stanno a casa a dormire.

Perchè il Giappone?
In altre società i problemi di adattamento giovanile sono i medesimi, quello che cambia sono probabilmente le risposte che un ragazzo occidentale può fornire.
Si può entrare in una gang, si può diventare "gotici" o diventare parte di qualche altra subcultura.
In Giappone invece, dove l’uniformità è ancora la norma e la reputazione e le apparenze esteriori sono importantissime, la ribellione si trasforma in forme mute come l’hikikomori.
Quello che in altre culture si esplica con l’abuso di sostanze o altri fenomeni “rumorosi”, in  Giappone si tramuta in apatia e in altre "proteste silenziose".

La clinica. Nell'articolo del NYT si descrive il programma "New Start" che offre un alloggio in comunità e un programma di formazione-lavoro.
Gli operatori sono per lo più ragazze, che lavorano, anche molti mesi, per instaurare un legame che costituisca un ponte sicuro fra l'hikokomori e il mondo esterno.
Una volta a settimana, l'operatrice fa visita al ragazzo convincendolo gradatamente a uscire dalla sua stanza e poi a lasciare la propria casa per cominciare il programma New Start.
In qualche caso ci vogliono molti mesi, in qualche altro anche anni.

Alla quinta visita Y.S. si rifiutava ancora di parlare.
Così Kawakami, l'operatrice, gli chiese di scrivere una lettera su sé stesso.
Y.S. scrisse la sua data di nascita e che amava fare modellini di automobili.
Quando Kawakami gli chiese di creare un'automobilina per alcuni bambini del centro diurno, due settimane dopo Y.S. gliene diede una, meticolosamente dettagliata e dipinta.
Sembrava molto contento. Era come se nessuno gli avesse mai chiesto di fare qualcosa per qualcun altro prima di allora.
Le visite dell'operatrice continuavano, ogni settimana per sei mesi lei incoraggiò Y.S a porsi l' obiettivo di lasciare la sua stanza e la sua casa prima del suo compleanno.
Il giorno prima del suo 28 esimo compleanno, lo scorso aprile, dopo 13 anni di isolamento Y.S. ha messo due scatole dentro la macchina di Karakami e hanno guidato per due ore verso la comunità di New Start...il nuovo inizio.

Eccellente la pagina di
Wikipedia (inglese)

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Commenti

1. Davide 'Folletto', Venerdì 20 Gennaio 2006 ore 18:37

Si, credo peraltro che la parola più significativa come descrittore del fenomeno sia "culturale". Ed è per questo che forse è ancora più complicato capirlo (come l'anoressia), perché di fatto non è qualcosa di "psicologico" e stop (perdonatemi la semplificazione) ma un fenomeno complesso e interrelazionato con lo stato della società.

Peraltro, mi ha fatto venire in mente la ragazza (giapponese) di un mio amico, che mi sconvolse quando, chiedendomi a riguardo della scuola, mi domandò quale fosse il tasso di suicidi.
"La percentuale di suicidi è indice di quanto buona sia la scuola...".

Angosciante.

2. Marco Cavicchioli, Venerdì 20 Gennaio 2006 ore 18:47

è possibile che la nostra società generi aspettative che NON possono essere SEMPRE raggiunte, e che in alcuni casi il mancato raggiungimento di tali aspettative sia meritevole di una punizione autoinflitta escludendosi dal mondo?
in fondo una volta per moltissime persone fare il commesso, o l'operaio (o il bracciante), non era nè un problema, nè un "fallimento". tuttavia, sebbene al giorno d'oggi ci sia sempre meno bisogno di operai e braccianti (ma non di commessi), non è possibile che facciano tutti i medici o gli ingegneri, no?

3. Giulietta, Venerdì 20 Gennaio 2006 ore 19:46

Dobbiamo sempre tener presente che parliamo di adolescenti.
E' l'età più difficile che un essere umano si trovi ad attraversare, altro che "quant'è bella giovinezza"!
Se poi le naturali difficoltà di individuazione, il processo di diventare sè stessi, deve confrontarsi con un dover diventare per forza "qualcuno" in senso socioeconomico beh, credo, che diventi dura per chi è fragile e particolarmente indifeso.

4. Davide 'Folletto', Sabato 21 Gennaio 2006 ore 12:03

Vero, ma mi domando: perché l'adolescenza è un problema? Le difficoltà esistono, ma nessuno impedisce che vengano affrontate o superate.

Mi domando: l'adolescenza è difficile "biologicamente" come crescita dell'individuo, oppure perché a livello culturale vengono applicate determinate costrizioni che implicano quello che si definisce "passaggio all'età adulta"? Il fatto che si stia sempre più anticipando l'adolescenza -sempre che non siano solo voci- non tenderebbe a confermare come le difficoltà siano puramente contestuali?

Ovvero: l'adolescenza è difficile di suo, o perché la società la rende tale?
O un cambiamento naturale del periodo adolescenziale è male gestito a livello culturale?

5. Giulietta, Sabato 21 Gennaio 2006 ore 14:32

Ritengo che, come spesso accade, la risposta non sia univoca.
In tutte le culture il "passaggio" all'età adulta è sentito e sottolineato (penso ai riti di iniziazione, anche molto traumatici, delle tribù aborigene).
Da un punto di vista biologico l'adolescenza pone, fra le altre cose, problemi di rappresentazione corporea estremamente problematici. Cambiare così velocemente il proprio aspetto..se ci pensiamo si tratta di un salto nel nulla. E' come partire per un viaggio di cui non si conosce la destinazione finale, e da quella destinazione dipende tutta la propria esistenza, soprattutto in una società come la nostra dove l'immagine è così importante.
Psicologicamente bisogna decidere "da che parte stai", "chi sei", "cosa vuoi fare", "cosa vuoi diventare". E' un compito immane. Ci sono persone che a 40 anni ancora non l'hanno capito. :D
Credo che l'adolescenza sia difficile per ragioni naturali E per ragioni culturali.
Da un punto di vista culturale stiamo, secondo me, fallendo nella produzione di modelli di identificazione.
Sono o irraggiungibili o completamente sbagliati, in più si stanno corrompendo le "guide": famiglia, scuola, chiesa...
C'è anche da dire che ogni ragazzo è unico e che trattarli come una massa indistinta è già un errore...
Tu che ne pensi Davide? Nelle tue domande credo si celasse già qualche ipotesi.

6. Davide 'Folletto', Sabato 21 Gennaio 2006 ore 17:54

Si, di fatto vi è qualche ipotesi, ma sono più speculazioni personali che ipotesi scientifiche basate su dati comprovati.

Indubbiamente vi è una dualità nella questione, che in effetti nel momento in cui ho scritto il precedente post non mi era così chiaramente evidente.
La dualità si evidenzia quindi come vi sia una crescita adolescenziale personale, che viene male gestita dalla società.

Penso che questo possa essere dato come punto di partenza.

Ora è però chiaro come vi sia una inadeguatezza nei parametri sociali, occidentali come orientali, nella crescita dell'individuo.

Il mio problema, in questo ragionamento, sta nella possibilità di passare dal micro al macro.
Ovvero: ogni persona è diversa, unica. Se si osserva il singolo, si potrebbe dire con una piccola astrazione che è necessario un "maestro di vita" perché capisca la persona e le sue difficoltà e la possa aiutare.

Mi manca una "possibilità" di comprendere come questo livello sia elevabile al macro (società), o di contro il capire quali siano i tratti dell'attuale società nell'influenzare il singolo in modi che a volte si definiscono in modo drammatico.

Si tratta "solamente" di memi? Che si specchiano poi nella famiglia e nel figlio? O si tratta di una complessa interazione della società con la famiglia e l'individuo?

Peraltro, mentre scrivo, mi sovviene un dato sicuramente essenziale: il fare. Le persone hanno bisogno di fare. Riflettendo sulla "vita moderna", è questo che decade. Ed è evidenziato anche dalla modalità di recupero che hai spiegato nel post sopra. Tutto è facile, dov'è la sfida? Dov'è la nostra utilità? --- ma divago.

Non ho in effetti risposte, solo teorie aperte e ragionamenti che si tessono in qualche modo. ;)

7. Giulietta, Sabato 21 Gennaio 2006 ore 22:20

"Solo teorie aperte e ragionamenti che si tessono in qualche modo".
Praticamente il modo più serio di fare psicologia ;)

8. Michele, Martedì 24 Gennaio 2006 ore 12:09

Interessante; leggo molto velocemente e con l'influenza , che mi dice che devo staccarmi da qui. Paolo Cardoso ne ha fatto ampi studi (su hikikomori) + un'interessante conferenza nella mia città, durante l'ultimo convengo-studi di Aistugia (qui il vecchio programma http://www.fondazione-delbianco.org/italiano/InsertNewsIt/convegno-aistugia.htm). Bazzico la cultura giapponese e soprattutto il cinema giapponese con frequente assiduità per svariati motivi; un'anno fa avevo letto un articolo apparso su una delle pubblicazioni trash di morelli (sia detto per inciso, io le considero trash, non è detto che lo siano) che affrontava il fenomeno da una prospettiva decisamente razzista ed esotista (si un vizio che non si è perso con l'800 nei confronti dell'oriente). Cercherò l'articolo per citare fonte più specifica, ma ricordo un riferimento sconcertante alla possibilità che Hikikomori fosse risolto con l'intervento di architetti di design che potessero ripristinare nelle case giapponesi un sistema di mobilità dello spazio, ispirato alla tradizione; cosi da impedire sostanzialmente la possibilità di blindarsi in casa.
!!!
al di là di questo excursus, complimenti a giulietta, come sempre :-)

9. Giulietta, Martedì 24 Gennaio 2006 ore 13:39

Caro Michele innanzitutto ti ringrazio, non conoscevo Cardoso e il suo interesse per l'hikikomori.
Quanto al resto, diciamo che ciò che tu consideri trash è ciò che io considero trash. A buon intenditor... :)

10. Michele, Martedì 24 Gennaio 2006 ore 13:53

ahahah, ti adoro, ti adoro :-)

11. Paolo, Lunedì 29 Maggio 2006 ore 07:35

Salve io sono molto interessatoallo studio dell'hikikomori. c'è qualcuno che è interessato e che vuol collboare con me? grazie

12. Alessio, Lunedì 24 Luglio 2006 ore 18:55

Salve a tutti, sono laureando in psicologia e per la mia tesi stò cercando tutto il materiale possibile sull'argomento hikikomori..
Michele l'articolo di morelli al quale ti riferisci da quel che ho capito non è altro che un copiaticcio di questo:
Franco Di Maria e Ivan Formica. Hikikomori. Il male oscuro dei figli del Sol Levante, in "Psicologia contemporanea", anno XXX, n. 179, settembre-ottobre 2003 (articolo a parere mio paradossale)
quindi oltre che trash (nessuno si offenda è solo una considerazione personale) neanche originale.. mi interessa invece tantissimo ad esempio quello che è stato detto nel convegno di Astugia, in più se bazzichi il cinema Giapponese avrai sicuramente saputo del film "Tokyo Plastic" incentrato proprio su questo argomento.. proiettato però solo a New York e a Shibuya (Tokyo)!!.. insomma visto che non si parla di qualcosa a noi vicino ringrazio tantissimo chiunque possa darmi informazioni sull'hikikomori (Paolo se leggi il post scrivimi, collaboro volentieri).. ho appena incominciato la mia tesi quindi non preoccupatevi di rispondermi anche a distanza di mesi. Grazieeee
La mia mail è bleuler@yahoo.it

13. Silvia, Sabato 5 Agosto 2006 ore 20:32

Ciao a tutti,
sono capitata su questo sito cercando delle informazioni "a posteriori" sul fenomeno degli hikikomori. Essendo stata ospite per tre mesi dell'associazione New Start, ho conosciuto queste persone in pratica, ma sono stata del tutto carente in teoria. Ho incontrato la ragazza che nell'articolo del NYT viene chiamata Kawakami - anzi, sono andata a casa di un hikikomori insieme a lei. Prima di partire però mi sono documentata poco sull'argomento e mi sono accontentata di quel poco che ho sentito dire nella sede dell'associazione a Roma. La situazione in Giappone è parecchio diversa. Ho letto tutti i vostri post e penso che se non si conosce profondamente la società giapponese, se non ci si avvicina ai ragazzi che si rinchiudono in casa rifiutando il mondo, se non si conoscono le cause e il malessere sociale che li hanno spinti a quella scelta, è molto difficile giudicarli o provare a dare una spiegazione al fenomeno. E non si tratta solo di adolescenti, hikikomori diventano anche persone che il periodo dell'adolescenza lo hanno passato da un pezzo.
Basta poco per diventare hikikomori, è sufficiente anche non riuscire a trovare subito un lavoro o perdere quello che si ha. E' sufficiente avere un piccolo (o grande) difetto fisico, come ad esempio delle macchie della pelle (di cui soffre un giapponese su 4) o essere troppo grassi o troppo magri. E' sufficiente essere tipi timidi e silenziosi, preferire leggere un libro piuttosto che uscire con gli amici. Basta un niente per essere etichettati hikikomori ed essere gettizzati dalla società.
La maggior parte delle persone che ho conosciuto all'associazione, se fossero nate in Italia, non sarebbero state classificate come hikikomori!

14. tomoko, Mercoledì 27 Settembre 2006 ore 01:37

salve,adesso sto facendo una ricerca sul fenomeno hikikomori e vorrei sapere se qualcuno sa dove si trova la sede dell'associazione new start a roma.
grazie

15. Evreux Philippe, Lunedì 16 Ottobre 2006 ore 15:18

Sono psicologo in Francia in Savoia, mi scuso per il mio povero italiano.
Durante 5 anni ho vissuto in Giappone e mi interesso molto ai Hikikomori.
A Tokyo sono andato tre volte visitare il centro new start, a questo momento un studiente italiana faceva il suo "stage" inizizione alla cultura giapponese per l'universita di Roma, studieva il giappone.
Questa ragazza conosceva e lavoreva per il centro New Start di Roma.

Io voglio creare una relazione tra la Francia et il Giappone in psicologia clinica .

16. Lisa, Venerdì 20 Ottobre 2006 ore 04:20

Ciao a tutti,
stavo cercando documenti in italiano sul fenomeno di hikikomori e ho trovato questo sito.
Io vivo in Giappone e per lavoro frequento parecchie scuole elementari.
Il mese scorso ho voluto affrontare questo tema con un preside di scuola elementare. Secondo questo professore di 50 anni concausa del fenomeno e` il fatto che per ragioni di sicurezza le scuole dopo che i bimbi hanno finito le lezioni nel pomeriggio vengono chiuse e non e` possibile accedervi.
La citta` dove vivo, come altre in Giappone, non ha molti parchi pubblici percui i bimbi usciti da scuola non hanno posti dove ritrovarsi.
Fino a pochi anni fa ritornavano a scuola dove avevano a disposizione tutte le strutture compresi i giochi, ma a causa dell`aumento di furti e danneggiamenti nonche` di molestie ai bambini le scuole ora chiudonono l`accesso.
Questa e` la versione del preside: ai bimbi non resta che chiudersi in casa.
Io penso che questo fenomeno abbia profonde radici nella cultura e nella societa` giapponese e che sia in crescita a causa anche del bullismo che si respira in ogni classe di ogni scuola e non e` per nulla contrastato dai professori.

17. monica, Martedì 24 Ottobre 2006 ore 15:16

Io sto facendo una tesi di laurea su questo argomento e ne sto analizzando le correlazioni col disturbo depressivo in adolescenza.

18. Alessio, Sabato 4 Novembre 2006 ore 18:19

Ciao monica,
nel mio lavoro di tesi anch'io studio l'hikikomori e le correlazioni che questo comportamento ha con il disturbo depressivo adolescenziale, potremmo collaborare per un fine comune. Scrivimi
bleuler@yahoo.it

19. Alessio, Sabato 4 Novembre 2006 ore 18:28

Ops... scusate, si era impallato il pc..

20. Giulietta, Sabato 4 Novembre 2006 ore 18:54

Salve ragazzi, sono l'autrice del blog. Mi sembra che intorno a questo argomento si sia creato un bel gruppo di ricerca. Perchè non scriviamo insieme un libro multiautore da proporre a qualche casa editrice specializzata? Se siete interessati all'idea contattatemi all'indirizzo psicocafe@gmail.com
Giulietta

21. Silvia, Giovedì 14 Dicembre 2006 ore 08:35

Ciao,
sono tornata a leggere il blog dopo qualche mese e ho trovato che altre persone sono intervenute. Nel frattempo, allo scadere dei tre mesi di visto turistico, sono tornata in Italia e poi di nuovo qui in Giappone dove, se va tutto bene, posso restare alla New Start per un anno. Philippe, se torni a leggere il blog per favore mandami una mail (are_sil@yahoo.it). Probabilmente la ragazza che hai conosciuto e` una mia amica che e` stata qui mentre ero in Italia. Ho vissuto un anno in Francia e per me va benissimo scrivere anche in francese (lo leggo bene anche se non so scriverlo correttamente). La New Start e` interessata a far conoscere il fenomeno a tutto il mondo (forse, dico forse, per sensibilizzare un po` piu` lo stato giapponese) quindi sarei contentissima se potessimo entrare in contatto.

22. Aldo, Domenica 28 Gennaio 2007 ore 21:58

Buongiorno

Premesso che non sono uno studioso ma un semplice insegnante, devo dire che sono rimasto colpito dalla descrizione del malessere che definite "Hikikomori". La mia quotidiana esperienza mi porta a suggerire che si tratta di un malessere diffuso anche da noi, e non poco. Almeno, ritengo che la mia affermazione sia giustificata se la definizione di "Hokikomori" ammette anche forme meno acute ed appariscenti.

Senza alcuna pretesa di scientificità, mi permetto di suggerire che si possa trattare d'una forma di reazione verso un ambiente sovraffollato e, come tale, percepito come ostile. Insomma, una reazione tesa a compensare una mortificazione del normale istinto territoriale dell'essere umano qualora in quelle condizioni nelle quali esso non si può esprimere in modo più "regolare". La camera, in quelle condizioni, diventerebbe un luogo d'elezione nel quale l'autorecluso potrebbe ritrovare un territorio da sentire come proprio.

Dico questo anche perché ho notato che molti dei ragazzini che tendono all'isolamento sono anche soliti procurarsi surrogati di ambienti "controllabili", quali giochi ove assumono quel ruolo di dominanza che assolutamente non manifestano nella vita reale.

Conosco anche un adulto poco più che quarantenne che manifesta sintomi molto simili (anche se compatibili con una normale vita lavorativa dal momento che influiscono solo sul suo tempo libero).

Magari, però, sto descrivendo comportamenti che non hanno nulla a che fare con l'"Hikikomori". Come ho premesso, non sono certo uno specialista.

Saluti

23. Fede, Giovedì 22 Febbraio 2007 ore 22:04

Salve a tutti,

ho bisogno di trovare, prima possibile, l'indirizzo del Centro di Senigallia, dovrebbe chiamarzi Noston, che si opccupa dei casi di Hikikimoro in Italia. Qualcuno può aiutarmi, per favore?
Grazie

24. Mary, Mercoledì 22 Agosto 2007 ore 09:33

Io scrissi una storia un annetto e mezzo fa. All'inizio non aveva un titolo e alcune parti le inserì solo dopo che lesi il primo articolo che mi era capitato per caso sugli Hikikimori. Ero stata in Giappone e non mi stupiva che il problema potesse svilupparsi in un contesto culturale così apparentemente "perfetto". In realtà la mia storia nacque dopo il mio soggiorno durato 12 anni in Finlandia dove avevo potuto constatare che purtroppo molti giovani erano soggetti a stati di chiusura verso gli altri dovuti al fatto che la loro personalità era forgiata in quel misantropismo fin da piccoli: essere lasciati soli in casa dai genitori che lavorano per tutto il giorno e spesso a causa delle condizioni meteorolgiche non poter sviluppare un senso di comunità con altri bambini è solo l'inizio. Constato ormai da tempo che questo stato mentale stia avanzando anche nell'Occidente europeo e la cusa la conoscono tutti: si tratta dell'uso smodato delle chat. Conservo circa 4 anni di conversazioni in rete in un mio archivio e a volte mi chiedo come sia possibile che la gente preferisca questo rapporto filtrato a uno reale sapendo che al 80% dei casi le cose dette non sono vere o per lo meno sono parzialmente vere pur di far colpo sul'altra persona.                                                                      Da qualche anno a questa parte ho scritto altre cose circa la misantropia causata da Internet o da altre cause di progresso.

Per chi fosse interessato lascio la mia mail per contattarmi e scambiare opinioni, appunti o altro

 

25. lore, Sabato 25 Agosto 2007 ore 02:55

Hikkikomori non è un disturbo adolescenziale... per chi volesse approfondire può guardarsi questo capolavoro d'animazione giapponese: Welcome to NHK. Si tratta di una serie anime di una ventina di puntate, tutte facilmente reperibili in rete. Sono disponibile a dare maggiori dettagli su come trovarlo ed eventualmente a discuterne visto che ho riscontrato diverse analogie con il mio vissuto.

saluti

26. Giancarlo, Venerdì 30 Maggio 2008 ore 18:08

Salve a tutti, 

 Sono capitato in questo sito poichè dopo aver letto lo splendido manga dal titolo: "Rozen Maiden" ho deciso di cominciare delle ricerche sull'argomento.

Secondo me:il  partire da una corretta analisi della massa infettiva, ovvero: Anime, Manga, Videogames ecc, può portare delle risposte concrete. 

Spesso quel che giudichiamo solo un catalizzatore di disgrazia e sofferenza, in realtà dimostra d'essere una perla rara ammantata solo  da critiche negative e scontate che giovano soltanto ad aumentare l'odio nei confronti dell'ormai inevtabile progresso. 

Se si legge con attenzione un manga,  si riescono ha percepire i sentimenti di chi lo scrive poichè dovrebbe essere scontato per molti, (purtroppo non per tutti) che  la dolcezza nell'essere un buon fumettista o programmatore di videogiochi risiede nella corretta e consapevole creazione di prodotti che, trattando tematiche come la magia e la fantascienza, aiutino (o meglio DOVREBBERO AIUTARE) ha crescere, ha maturare, perchè anche i personaggi che ricorrono alla magia per risolvere ogni situazione, si rendono conto che non sono la magia e l'artificialità che plasmano la vita, ma solo la fiducia nell'essere umano, il confrontarsi, scambiarsi opinioni, sono la chiave per aprire la tarlata porta del soffocante mondo degli HIKIKOMORI.

27. hikikomori...., Giovedì 10 Luglio 2008 ore 22:54

I genitori molto spesso sono causa di questo fenomeno, soprattutto la madre che assume atteggiamenti iperprotettivi anche inconsciamente. In fondo sono le madri che preparano il cibo ai loro figli e li assecondano in quello stato di apatia che permea le loro stanzette.

Basti guardare ad esempio questo documentario (in spagnolo sorry)

http://www.youtube.com/watch?v=DD7V413s1xY

è incredibile, la madre si vergogna di questa situazione e chiede al giornalista di non farsi vedere in giro con la telecamera, per paura  che i vicini sappiano della sua visita!

Come può un bambino cresciuto in un ambiente simile essere  fiducioso nel prossimo? Se la madre si comporta così, dando più importanza a quello che pensano gli altri piuttosto del bene di suo figlio, che certo non è quello di stare rinchiuso in una stanzetta...

28. federica, Domenica 21 Dicembre 2008 ore 19:20

ciao! sto cercando anch io di preparare la mia tesi sugli hikikomori, ma trovo molte difficoltà a mettermi in contatto diretto con le associazioni che se ne occupano. amai sembra impossibile che nonsia reperibile l indirizzo della sede di roma della new start... qualcuno lo conosce? potete mettermi in contatto o qalcuno di voi lavora lì? se mi aiutaste sarebbe fantastico...grazie a tutti!federicaah, vi lascio la mia mail:  federica_bosi@hotmail.it

29. Davide, Lunedì 12 Gennaio 2009 ore 07:47

In poche parole parole: "è il Sistema" tutto si ricollega ad esso. La mancanza di rispetto per il prossimo, il capitalismo che si manifesta anche a livello sociale, e soprattutto il non volere creare un equilibrio nella popolazione.

 

30. Roberto, Giovedì 26 Febbraio 2009 ore 00:29

Ci sono dei link, dei siti o del materiale reperibile su questo "fenomeno?"

Voglio approfondire, se possibile inviatemi tutto quello che riuscite a farmi avere!

Grazie

Roberto

---

posticastello@yahoo.it 

31. Antonella De Rosa, Domenica 15 Marzo 2009 ore 12:49

Antonella, domenica 15 marzo. Credevo fosse un'invenzione tutta mia, ma ho apena scoperto che questa gabbia, che è tutto, tranne che dorata, è la trappola di tante...troppe creature! Dunque mi chiedo:"Cosa ci sta succedendo?". Io sò solo che ho paura!

32. Antonella De Rosa, Domenica 15 Marzo 2009 ore 13:29

Cara Giulietta Capacchione, mi chiamo Antonella e penso di esere stata catturata da questa sindrome. Sai, è ormai dall'agosto del 2004 che ho chiuso la porta...e poi....MI SONO PERSA, ho fatto tabula rasa di tutto e di tutti. Insomma ho fatto terra bruciata intorno a me! I sintomi che sono stati decritti nella pagina iniziale li ho riconosciuti! Ma sò anche, che non ce la faccio più, sono stanca... sono maledettamente  stanca! Tu vuoi sapere qualche cosa di più? Non sò perchè ma mi farebbe piacere rispondere a qualche tua domanda!

33. Giulietta, Domenica 15 Marzo 2009 ore 22:30

Cara Antonella, non sono io che voglio sapere qualche cosa di più, ma tu che forse hai bisogno di parlarne con qualcuno.
Hai mai pensato di rivolgerti a uno psicologo? Sarebbe una scelta importante per cominciare a venir fuori da questa brutta gabbia.  
Se hai bisogno di scrivermi privatamente puoi farlo a questo indirizzo infopsicocafe@gmail.com
Molti auguri

34. Antonella De Rosa, Lunedì 16 Marzo 2009 ore 11:56

Cara Giulietta, tu giustamente mi hai indicato la strada più ovvia e probabilmene la più giusta, ma io non mi sento pronta! Comprendi??? grazie per gli auguri...e a presto|

35. la ricconaaa, Venerdì 12 Giugno 2009 ore 15:02

Questa storia mi ha scioccata

"cioe io sn ricca

ma quasta gente

ohhh

bleaa

via meee

36. paopasc, Domenica 14 Giugno 2009 ore 19:57

Ci sono alcune caratteristiche simili che riguardano sia gli hikikomori che tutte le altre forme di isolamento.
E' un fatto notevole che gran parte di questi disagi insorgano durante un periodo preciso come l'adolescenza. Al passaggio dall'infanzia all'inizio della maturità
divengono visibili ai soggetti informazioni contenute nei segnali sociali che prima non erano avvertibili. Queste informazioni, come tutte le informazioni in genere,
esigono un trattamento che, come si dice in gergo informatico, richiede una terminazione. Il problema della terminazione è quello di fornire alla computazione
un risultato, che sia quello richiesto o, in alternativa, un messaggio di errore. Se non accade, colui che computa continua a girare all'infinito (a chi non è capitato di dover chiudere
un'applicazione con il famoso Ctrl+Alt+Canc?). Eppure, questo problema, non può essere relegato al solo mondo informatico. Ritengo che qualcosa di simile accada
anche in quella che potremo definire computazione cerebrale.
In generale la computazione è l'applicazione di routines ai segnali in ingresso. La macchina umana, al contrario di quella elettronica, si modifica durante l'arco della sua esistenza,
in più risente in maniera marcata delle condizioni ambientali in cui opera. Entrambe queste situazioni richiedono continui aggiustamenti negli output, le risposte che forniamo
all'ambiente (nota che anche il nostro io simbolico è un ambiente al quale fornire risposte obbligatorie). Ed è proprio su questo aspetto che cominciano le difficoltà.
Se, per motivi che non indagheremo, si effettua uno spostamento dal versante puramente motorio a quello simbolico, più esigente in termini di terminazione delle
procedure, in tutti quei casi in cui non esistono sufficienti dati per il trattamento dei segnali, si verifica una specie di circuito ricorsivo, vissuto sempre come sgradevole
e generatore di stress (il cosiddetto rimuginio ecc.). In altri termini, se si sposta troppo precocemente il peso delle uscite sul versante simbolico, in un periodo di impreparazione
come quello dell'adolescenza, si rischia di generare circuiti cognitivi che non terminano.
Come detto, per ora non indagherò i motivi di questo spostamento precoce, rispetto alle evenienze classiche di uscite per lo più motorie, meno impegnative.
 Ritengo che la rete, per iniziare, potrebbe essere un primo passo per interrompere quel collegamento tra ansia e esterno rafforzata dalla apparente sicurezza
della vita interna. Secondo, con l'investigazione dei meccanismi che sottostanno a queste manifestazioni e il loro effetto
conoscitivo: a titolo di esempio, se gli affetti da sindrome di hikikomori sapessero che questo disagio occorre a persone con una sensibilità cognitiva ed empatica
superiore alla media, che potrebbe essere usata e indirizzata in utili applicazioni (non solo materiali), questo fatto potrebbe rappresentare una forma di riscatto
di sè (se è questo di cui si ha bisogno), oppure potrebbe elevare la propria autostima così da impegnarsi in attività più congegnali, spostare l'asse di protezione
dallo stress interno-esterno a quello interno-attività gratificante-esterno, che rappresenta la formazione di una seconda opportunità antistress, la quale può essere
usata sia per compensare stress esterno da ripresa della vita sociale, sia come forma di appagamento netto che ingenera una motivazione.
In entrambi i casi forniamo una terminazione (seppure parziale) ad un ingresso, rappresentata in questo caso da un progetto, un sogno, una cosa da
realizzare (anche la propria cura).
Ulteriore considerazione: forse sono nascosti all'interno di questi soggetti capacità fuori dall'ordinario che una società troppo omologata (ah caro termine pasoliniano...),
nel senso di società che tollera solo individui uguali, e una difficoltà individuale a spostare l'asse dell'output su versanti principalmente motori (effetto mini-terapeutico
di un urlo o di una corsa) potrebbero impedire per sempre di manifestarsi. E sarebbe un peccato.

37. Federico F, Domenica 5 Luglio 2009 ore 22:45

Bell'articolo.

complimenti.

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