Conversazioni di psicologia contemporanea
'Suicidio. Il rovescio del nostro mondo' è il titolo di un libro pubblicato dai sociologi Christian Baudelot e Roger Establet che raccoglie i dati sui tassi di suicidio degli ultimi due secoli nel mondo.
Nonostante il gesto di porre fine alla propria vita sia un atto individuale, che in molti casi resta enigmatico, sono rintracciabili, nel verificarsi collettivo di questi atti, delle linee di tendenza che suggeriscono la possibile esistenza (e influenza) di fattori sociologici di contesto.
Il testo più autorevole che guardò al suicidio come fenomeno sociale fu l’imponente lavoro di Emile Durkheim del 1897. Da allora le cose sembrano essere cambiate profondamente.
Giovani o vecchi? Nel diciannovesimo secolo (non si dispone di statistiche precedenti al 1830) la popolazione giovanile si suicidava molto poco, mentre le persone anziane molto di più. Questa tendenza appare oggi invertita: il tasso di suicidio degli adulti è diminuito, mentre quello dei giovani non cessa di aumentare nella maggioranza dei paesi dell'OCSE soprattutto a partire dagli anni ’70. La Francia, in particolare, si distingue per il suo elevato tasso di suicidi: 11.000 ogni anno.
Secondo i due studiosi i giovani si suiciderebbero in misura maggiore laddove sono vittime delle nuove forme d'occupazione precaria, della disoccupazione, delle asprezze della competitività, dell'assenza di prospettive per il futuro. Paesi come la Germania ed il Giappone - accusato, a torto, di essere un paese dai molti suicidi – si salverebbero in ragione delle loro politiche di inserimento professionale. Il modello giapponese, in verità, dal 1995 assiste a una ripresa dei suicidi a tutte le età ed è praticamente unico ospite dell’inquietante fenomeno giovanile dell’hikikomori.
Le differenze tra paesi servono comunque, più che a stilare classifiche comparative, a dimostrare che il suicidio giovanile non è un destino, una sorta di “effetto collaterale” dell’essere giovani.
Ricchezza o povertà? Durkheim affermava che più le società si arricchiscono, più aumenta il tasso di suicidi. Lo deduceva dalla situazione della sua epoca in cui all’arricchimento della società, al progresso dell’individualismo, era seguito l’incremento del numero dei suicidi soprattutto nelle classi più agiate. Per Durkheim era logico pensare che l'arricchimento generasse anomia, perdita di riferimenti, angoscia esistenziale. Eppure, già a partire dal 1910, il suicidio subì una battuta d’arresto nella maggior parte dei paesi europei, prima di riprendere negli anni ‘70, con il rallentamento della crescita economica.
E' ancora vero che il tasso di suicidi è più alto nei paesi più ricchi. I paesi più poveri, come l'Egitto, il Perù o la Cina, fanno registrare i tassi più bassi. In paesi con un livello di vita elevato come la Nuova Zelanda, il Canada, la Germania o la Francia, ci si suicida molto di più.
Ma il suicidio non è un affare da ricchi, come lo era nel diciannovesimo secolo, ma un problema dei poveri: dipendenti, operai, disoccupati. All'epoca di Durkheim, egli poteva affermare che "la miseria protegge" riferendosi alla "povertà integrata" del suo tempo, quella dei paesi poveri dove tutti sono vicini e solidali con la propria comunità. La miseria odierna consiste invece nel diventare povero in un paese ricco, eventualità molto più sofferta che essere povero in un paese povero.
Città o campagna? Contrariamente a quello a cui siamo abituati a pensare delle nostre grandi città, anonime e isolanti, l'urbanizzazione sembra generare forme nuove e protettive di socialità. Non è nelle grandi città che ci si dà la morte (il suicidio conosce i suoi tassi più bassi nelle metropoli, a Parigi, Londra, New York), ma nelle campagne diseredate: per la Francia, nelle zone rurali dell'Ovest, in particolare la Bretagna. Le classi medie e cittadine appaiono più integrate in reti di rapporti e di relazioni, dunque più protette, rispetto agli ambienti svantaggiati della provincia.
Uomini o donne? Ovunque le donne si suicidano quattro volte meno degli uomini. Ci si aspettava che in un’epoca di parità questa divergenza si attenuasse e invece non è accaduto. La concezione femminile dell'esistenza, della famiglia, del prendersi cura, è ancora un atteggiamento saldo nel mondo odierno e le donne sono ancora coinvolte in diffuse e protettive reti di rapporti familiari. Le donne sembrano inoltre meno sensibili alle crisi economiche e risentono meno della messa in discussione della propria identità quando non trovano lavoro.
Perché la Francia resta uno dei paesi occidentali dove ci si suicida più? Con 20 suicidi per 100.000 abitanti, la Francia viene dietro la Lettonia, la Lituania, i paesi dell'Est e la Russia, che hanno tassi drammaticamente elevati, da 40 a 50 per 100 000 abitanti, ma davanti ai paesi scandinavi, al Giappone, alla Germania, al Regno Unito. Secondo i due studiosi le ragioni di questo piazzamento sono da rintracciarsi nella laicizzazione del paese e nella disgregazione della famiglia. La religione ha perso gran parte della sua influenza e il numero di divorzi appare più elevato rispetto agli altri paesi. Le altre curiosità casistiche sono forse meno pregne di significati: ci si suicida di più la domenica che il lunedi', l'estate piu' dell'inverno, in tempo di pace piuttosto che in guerra.
Questa impostazione di ricerca non può, a mio avviso, che individuare fattori di protezione e di rischio e linee di tendenza, correlazioni (anche particolarmente significative)fra determinati fattori e il tasso di suicidi, ma difficilmente spiegherà "le cause" di un gesto spesso inesorabilmente intimo.
Sarebbe interessante riuscire a sapere qualcosa in più della situazione italiana.
Fonte: Express Livres | Vedi il lancio Ansa | Segnalato su ![]()
alle 19:53
Giulietta
Segnalo questo commento molto interessante a questo articolo che ho trovato in un forum (http://www.newsland.it/nr/browse/it.cultura.ateismo/4154.html).
Non ne condivido qualche dettaglio, ma mi sembra una buona analisi e mi dispiaceva che restasse staccata dal post che l'aveva generata. :)
"Mi riconosco nella prima e quarta categoria, e in effetti era un articolo
che ho trovato interessante. Poiche' siamo su ICA, io commenterei solamente uno degli ultimi paragrafi, dove si tenta di mostrare una correlazione tra grado di laicita' dello stato francese e tasso di suicidi.
Prima di tutto un minimo di sano scetticismo. La correlazione mi pare
forzata, e poco convincente in quanto si evita di analizzare contemporaneamente (perlomeno nell'articolo, poi nel libro non so) la
situazione di altri stati ove il grado di laicita', o meglio di ateismo (qui
possiamo dirlo senza scandalizzarci, no? che e' questo che in realta' si
intende), e' ancora maggiore. Prima di tutti, la Cina. Paese profondamente ateo, per varie ragioni storiche e sociologiche. Uno dei pochi posti al mondo dove si puo' sentir dire "God?! what's that??". Dove il rapporto con il trascendente ha natura prettamente utilitaristica: "io ti faccio questo sacrificio, ma tu poi mi ricompensi con un nuovo lavoro che mi paghi meglio di ora, ok?" e' la preghiera tipica. Ebbene, in Cina, a detta dell'articolo,
il tasso di suicidi e' molto basso, e questo pone seri dubbi sulla validita'
della suddetta correlazione in Francia.
Tuttavia, diamo per scontato che tale correlazione esista, ovvero che almeno una parte di quei 20 su 100000 suicidi francesi sia da ascrivere
parzialmente a una perdita delle "certezze fideistiche" che la religiosita'
puo' dare. Secondo me, l'interpretazione di questo fatto e' da ricercarsi
nel tipo di laicizzazione, di natura abbastanza coercitiva, che la francia
sta vivendo, e ha sempre vissuto dalla rivoluzione francese in poi. Non mi sorprenderebbe scoprire infatti che una persona credente, che si trova praticamente da un giorno all'altro senza fede, per motivi che non sono esclusivamente di cammino e crescita interiore, ma per ragioni esterne di natura piu' sociologica, possa sentirsi crollare il mondo, e non sia in grado di reagire nella maniera piu' opportuna, contribuendo quindi ad alimentare le eventuali tendenze al suicidio che comunque avrebbe. Quando, qui e altrove, abbiamo discusso di societa' atee, che e' o dovrebbe essere possibilmente l'utopia alla quale tendiamo, e' sempre stato chiaramente espressa la necessita' imprescindibile di eliminare qualsiasi forma o tendenza coercitiva. Non si puo' imporre di non credere a chi crede, che e' poi mi pare un concetto fondamentale nella laicita'. La fede, che rimane comunque uno del piu' grossi ostacoli da superare sulla strada verso un mondo migliore, va sconfitta con la cultura, con l'intelligenza, con la filosofia eventualmente, con spontaneita' e naturalezza. Come si e' detto spesso, la fede dovrebbe scomparire naturalmente, cosi' come si perde la credenza in babbo natale quando si matura e ci si incammina verso l'eta
adulta.
La Francia, mi sembra di poter dire, sta invece percorrendo una strategia un po' diversa, con leggi che arrivano quasi a vietare determinati culti o comportamenti di natura fideistico-religiosa. Ammettendo quindi che la correlazione tra grado di laicita' e tasso di suicidi sia reale, e' possibile che la causa a monte di tale fenomeno sia la strategia che il paese in questione sta adottando per aumentare tale grado di laicita', e non invece il grado di laicita' in quanto tale.
Bye
Hyper".