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Inconsapevolmente razzista? Scoprilo con il test di associazione implicita

Giulietta Capacchione avatar Mercoledì 3 Maggio 2006, 03:18 in SperimentalMente di Giulietta Capacchione

Da anni gli psicologi sociali dibattono sull’esistenza di preferenze razziali, etniche, sessiste etc. che gli individui non saprebbero di possedere e che sarebbero capaci di negare in totale buona fede.
Per scovarle esiste un test divenuto particolarmente popolare: l’ IAT (Implicit Association Test) introdotto nel 1998 e utilizzato da allora in più di 250 studi scientifici.
I suoi creatori e maggiori fautori sono Anthony G. Greenwald dell’ Università di Washington a Seattle, Mahzarin R. Banaji della Harvard University, e Brian A. Nosek dell’ Università della Virginia a Charlottesville.
L’ IAT misura la facilità/rapidità con cui le persone associano parole o immagini rappresentanti alcuni gruppi sociali ( bianchi vs neri o donne vs uomini) con parole dal significato positivo o negativo. Nella versione “Razza”, ad esempio, i partecipanti hanno a disposizione due tasti su una tastiera uno a destra e uno a sinistra.

Iat_1 

In cima allo schermo appaiono 4 categorie: “Facce di colore” + “Positivo” e “Facce di bianchi” + “Negativo”. Al centro compaiono alternativamente foto di volti (bianchi o neri) o parole il cui significato è dichiaratamente attribuibile alle due categorie di Positivo e Negativo. Il compito consiste nell’attribuire alla categoria appropriata l’elemento stimolo e di farlo il più velocemente possibile. Molti volontari, mentre fanno il test, realizzano che è più facile il collegamento fra facce nere e parole sgradevoli o facce bianche con parole gradevoli piuttosto che il contrario.
Greenwald e i suoi collaboratori supposero nel 1998 che più veloci fossero le associazioni, più marcata era la preferenza inconscia per un determinato gruppo sociale.
Da allora, dei circa 3 milioni di testati nel mondo, più dei tre quarti (appartenenti ad etnie bianche e asiatiche) ha evidenziato un’inconscia tendenza a valutare i bianchi meglio dei neri. La maggiorparte dei tester esibisce implicite inclinazioni per il giovane contro il vecchio e un favore per gli uomini a svantaggio delle donne.
Una review di 61 studi condotta dallo psicologo della Yale University T. Andrew Poehlman ha rilevato che i punteggi al IAT funzionano meglio dei self-report nel prevedere i risultati di test di laboratorio: per esempio i bianchi che descrivono sé stessi come non razzisti, ma che mostrano una forte distorsione implicita contro i neri al IAT, sono particolarmente inclini a mostrare comportamenti non amichevoli o rudi verso una persona di colore in un breve incontro in laboratorio.

Le criticità del test
1) Diverse ricerche hanno suggerito che è inizialmente difficile manipolare il test, ma le persone che hanno fatto l' IAT molte volte, o che ricevono esplicite istruzioni per imbrogliare, possono falsare i loro punteggi.
2) Nessuno sa se e come i punteggi al IAT si applichino a comportamenti rilevanti nella vita reale. Per esempio i ricercatori considerano un punteggio di 1.3 al IAT razziale un’ indicazione di una forte pregiudiziale inconscia contro i neri. Ma non è chiaro se una persona che totalizza 1.3 abbia più probabilità di assumere nel proprio ristorante più bianchi che neri di una persona che totalizza 1.2 o 0,6. La capacità del test di predire comportamenti legati al pregiudizio razziale è tutto sommato relativamente bassa.
3) Non si sa se il range dei possibili punteggi al IAT comprenda l’intero range delle preferenze implicite. Una persona che mostri una distorsione anti-neri può guardare ai neri negativamente e ai bianchi positivamente, oppure a entrambi i gruppi positivamente ma ai bianchi di più, oppure negativamente a entrambi i gruppi, ma ai neri di più. Un punteggio finale non offre nessun aiuto nel distinguere fra queste possibilità.
4) Le attitudini implicite potrebbero avere origine principalmente dagli atteggiamenti verso un singolo gruppo razziale e non da una preferenza di un gruppo su un altro. I punteggi al IAT potrebbero cioè riflettere una tendenza implicita a vedere negativamente i neri, indipendentemente dall’opinione implicita sui bianchi.
5) Secondo lo psicologo Jan De Houwer della Ghent University in Belgio, il punteggio al IAT intercetta la maggiore facilità di fare associazioni positive quando si ha a che fare con categorie sociali familiari. Nel 2001 somministrò un IAT a cittadini inglesi. Essi associavano più facilmente i cittadini britannici (dalla Regina Madre fino a un noto assassino seriale) con le parole gradevoli, mentre associavano a parole sgradevoli cittadini stranieri (da Adolf Hitler ad Albert Einstein!)
6) L’attenzione del IAT sul collegamento fra gruppi razziali a categorie generali “gradevoli” “sgradevoli” può intercettare la conoscenza culturale che si possiede di quei gruppi, come la consapevolezza che i neri sono spesso ritratti negativamente nella cronaca o nei film.
7) In molti casi i punteggi al IAT riflettono reazioni emotive che non hanno niente a che vedere con sentimenti anti-neri. Molte persone reagiscono alle facce o ai nomi di colore con compassione e senso di colpa, una risposta che potrebbe rallentare la loro velocità nell’associare i neri con parole positive.

Insomma, è con tutte queste cautele, con tutte queste precisazioni sulle questioni irrisolte relative al IAT e alle sue potenzialità, che vi invito a provarlo. Potrete trovarne di diverse versioni sul sito dell’ Implicit Project . Ciascun trial dura approssimativamente 10 minuti, sono in lingua italiana e possono essere occasione di divertente introspezione. Enjoy!

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4 commenti
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10 Dic 2009
alle 15:24

Michelangelo

A distanza di così tanto tempo vedo che questo articolo "gira" molte persone al sito di Project Implicit dove si può provare l'IAT. Inoltre a completamento della letteratura consigliata da Cristina suggerisco, a chi desidera una introduzione più approfondita alla misurazione implicita, un libro in italiano recente che tratta sia IAT che GNAT: 

Vianello, M. (2009). La misura delle associazioni automatiche: introduzione teorica ed aspetti metodologici. Padova: TPM.

;-)

3
09 Ott 2007
alle 22:31

cristina

Per saperne di più, consiglio un po' di letteratura in Italiano:

Zogmaister e Castelli (2006). La misurazione di costrutti impliciti attraverso l'Implicit Association Test. Psicologia Sociale, 1, 65-94.

Arcuri e Zogmaister (2007). Timidezza implicita e Implicit Association Test (In: Metodi di ricerca nella cognizione sociale, Il Mulino, Bologna, pp.209-222).

Vorrei inoltre segnalare un sito italiano nel quale sono presenti informazioni sullo IAT ed è possibile effettuare uno IAT relativo all'autostima: http://esperimenti.psy.unipd.it 

Per rispondere a Giulia: sì, il GNAT, assieme all'EAST può essere considerato un 'figlio' dello IAT. L'AMP di Payne, invece (un'altra tecnica interessante) credo possa essere considerato un figlio del priming.

2
29 Set 2006
alle 14:30

Giulia

si può quindi considerare lo GNAT come un "figlio" dello IAT?

1
04 Mag 2006
alle 15:05

Kicie

Interessante, grazie della segnalazione!
Purtroppo non sono riuscita a rifare lo IAT sulla razza con le associazioni invertite (come suggerito nelle FAQ a chi avesse avuto la netta impressione che i risultati potessero essere indotti dall'ordine inizialmente proposto), ma mi sento di considerare comunque il test come un buon indicatore... :)

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