Conversazioni di psicologia contemporanea
Una macchia è qui tuttora...
Via, ti dico, o maledetta!... (Lady MacBeth)
La ricerca che vi propongo oggi è una di quelle che non sorprendono, ma che rivestono un importante ruolo di conferma a storiche intuizioni della psicologia clinica.
L’ha condotta Chen-Bo Zhong dell’ Università di Toronto per verificare l’esistenza di un’innata associazione psicologica fra la “pulizia” morale e la pulizia fisica.
Come ricorderete, la nota assassina shakespeariana viene sopraffatta dai sensi di colpa per lo spargimento di sangue innocente messo in atto per fare diventare Re suo marito, e reagisce con un rituale ossessivo-compulsivo di sfregamento delle mani, nel costante tentativo di ripulire macchie di sangue che esistono solo nella sua mente.
In moltissimi film in cui viene rappresentato un omicidio l’assassino va sempre al lavandino, sia che abbia del sangue sulle mani, sia che non lo abbia.
Zhong si è chiesto se questi comportamenti paradigmatici non sottintendessero un legame profondo, benché inconsapevole, tra pulizia morale e fisica.
Per testare questa ipotesi ha chiesto a due gruppi di soggetti volontari di focalizzare la propria attenzione su azioni meritevoli e nobili compiute nel proprio passato ovvero su azioni scorrette e poco etiche come mentire, rubare o tradire un amico.
Al termine del “recall” ha potuto appurare che il secondo gruppo (che aveva ricordato azioni scorrette) metteva in atto, con maggiore frequenza, comportamenti indicanti una sensazione di sporcizia: sfregarsi le mani, dare una impercettibile spolverata all’abito, pulire con un dito la polvere sul tavolo, scegliere un antisettico come omaggio per aver partecipato allo studio (!)
In un secondo esperimento il gruppo sperimentale è stato a sua volta diviso in due. Ad alcuni è stato consentito di lavarsi le mani, ad altri no.
E’ stato poi chiesto se qualcuno si offriva di aiutare volontariamente (e gratis) uno studente in difficoltà.
Ebbene il 71% di coloro che non si erano lavati le mani si è offerto di aiutare lo studente, contro il 41% di coloro che l’avevano fatto.
Se escludiamo la possibilità che esistano delle variabili di personalità non controllate dallo studio si può ipotizzare che lavarsi le mani abbia lavato, in qualche modo, pure il senso di colpa, che a quel punto non ha avuto più bisogno di essere riparato con un gesto altruistico.
Quando siamo minacciati dalla nostra stessa immoralità avremmo infatti due modi per “ripulirci”: intraprendere un comportamento morale o pulirci fisicamente.
Anche diverse espressioni metaforiche che usiamo quando indichiamo una persona come “sporca”, “viscida” o “marcia” sarebbero radicate profondamente nella nostra visceralità.
D'altra parte gli psicologi da molti decenni hanno imparato, di fronte a un comportamento ossessivo di pulizia, a domandarsi: “quali colpe questa persona sta tentando di lavar via?”.
Fonte: New Scientist
ciao giulietta! a me viene in mente l'ossessione di Raskolnikov.....
Ricerca molto interessante...
Per restare "in tema" vi segnalo un sito dove potersi lavare le mani e purificarsi da ogni peccattuccio
http://www.comeclean.com/
(se invece il ostro passato è immacolato potete leggervi le confessioni altrui)
Ciao Ivo, penso ai musulmani che fanno abluzioni prima di entrare in moschea. Lavano piedi e braccia, ma simboleggiano di purificarsi prima di presentarsi al cospetto di Dio.
Siamo là, la coscienza si tocca e si sporca! :)
Interessante: la coscienza vissuta come parte integrante e fisica della persona…
Interessante anche per i risvolti pratici: cosa accadrebbe se si eliminassero i lavandini dai tribunali?
alle 14:11
Giulietta
Grazie Claudio, io ho trovato il tuo di sito molto interessante!
Ciao Samu! Wow che citazione colta! :D