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Il cervello violento

Giulietta Capacchione avatar Mercoledì 20 Dicembre 2006, 19:18 in Psicologia clinica di Giulietta Capacchione
criminal mind.gif

Quando si dice battere il ferro finchè è caldo! :)
Scientific American Mind ha dedicato la copertina del numero di dicembre al cervello violento, che è ciò di cui stiamo discutendo in questi giorni pre-natalizi. 
L’articolo è fitto, ma non aggiunge grosse novità a quanto siamo andati dicendo, e cioè che il cervello violento può essere predisponente al comportamento antisociale, ma deve esserci dell’altro perché la violenza si attualizzi.
La stessa “predisposizione”, inoltre, potrebbe essere innata, ma è altrettanto ragionevole pensare che possa essere stata acquisita nella prima infanzia o successivamente.
Si parla della cosiddetta ipotesi della corteccia frontale. Alcuni scienziati propongono che, in questi soggetti violenti, la corteccia orbitofrontale, che inibisce le aree del sistema limbico dove si generano gli impulsi di paura e l’aggressività, difetti in qualche modo e renda queste persone non completamente in grado di moderare le proprie reazioni emotive.
Questa ipotesi, supportata da diversi studi sul danno cerebrale, ma anche sostenuta da alcune evidenze alla PET di modificazione delle attività metaboliche dell'area senza danno delle strutture, ha però un senso solo per coloro che uccidono d’impulso.
Come abbiamo visto, molti criminali pianificano il loro crimine meticolosamente e a sangue freddo, quindi la loro corteccia orbitofrontale sta alla grande, perchè è in grado di pianificare a lungo termine e di prendere decisione complesse.

Essere maschi costituirebbe un fattore di rischio di per sé. Secondo le statistiche sul crimine del Federal Bureau of Investigation, negli Stati Uniti il 90.1% degli assassini catturati nel 2004 è maschio e i maschi costituiscono l’ 82.1% del numero totale di crimini violenti. Secondo James Dabbs della Georgia State University, i criminali violenti hanno un più alto livello di testosterone e più bassi livelli di serotonina, un neurotrasmettitore inibitore.

Sembra chiarito che nell’individuo criminale siano rintracciabili: una bassa tolleranza alla frustrazione, delle deficienze nell’apprendimento di regole sociali, dei problemi di attenzione, una ridotta capacità di empatia.

La domanda da 100 milioni di dollari è: le modificazioni corticali, la superproduzione ormonale, e via discorrendo, sono congenite o apprese? Non lo sappiamo.
La seconda domanda che mi faccio io è: saperlo, ci aiuta?
Molti studi hanno dimostrato che un’infanzia trascurata o abusata può ridurre permanentemente i livelli di serotonina.
Serie deficienze nel rapporto madre-figlio, abusi nell’infanzia, genitorialità assente o non significativa, conflitti genitoriali persistenti, un dramma o una perdita in famiglia, criminalità genitoriale, povertà, sono fattori di rischio psicosociale sempre rintracciabili nelle storie di questi individui.
E allora quanto è utile scoprire l’innatezza predisposizionale? Quand’anche se ne dimostrasse l’esistenza, per far precipitare questa eventuale predisposizione in una violenza attualizzata ci vuole comunque un contesto favorente, infantile prima di tutto.
Nella comunicazione intima, fra il bambino e chi si prende cura di lui, i due rinforzano il comportamento l’uno dell’altro, sia in senso positivo che in senso negativo. Una relazione precoce problematica può, nel tempo, portare proprio a quei disordini dello sviluppo di cui parliamo: basso controllo degli impulsi, mancanza di empatia o ridotta capacità di risolvere i conflitti.
Semplificando al massimo dunque la questione fra innato e acquisito è poco proficua. Così come è un artificio logico la contrapposizione mente-cervello.
Questi individui, se non avessero anche vissuto in contesti educativi, affettivi e sociali particolarmente disturbanti, non sarebbero probabilmente divenuti dei criminali soltanto perché avevano dalla nascita, o avevano acquisito nell’infanzia, un qualche deficit cognitivo. 
Così come avrebbero probabilmente superato un’infanzia nefasta senza diventare degli assassini, se non avessero avuto o acquisito anche un difetto cognitivo.
La multicausalità è l'opzione interpretativa più ragionevole.
Suggerisce che è nei contesti favorenti che si crea lo spazio della prevenzione, ed è nel ridimensionamento del problema cognitivo la conditio sine qua non del recupero.

Leggi l'articolo | Violent Brain

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6 commenti
6
03 Gen 2007
alle 11:03

abe

la risposta sta nell'ancestrale rapporto umano tra sesso e potere, in cui sta pure la domanda. spiegazioni cliniche sono utili ma non esaustive, servono a rassicurare, "manipolare", soprattutto quando vengono da una società fertile di idee come quella americana, la prima propensa a non ghettizzare il ricorso alla psicoterapia nello studio dei propri vissuti emozionali. il paradosso, come la vita stessa, è che ci barcameniamo tra estremi (violenza e bontà, bene e male, buono e cattivo) in continuo conflitto con noi stessi. gli estremi sono solo due punti all'interno dei quali continuiamo a spostarci in un eterno compromesso che, a volte, salta. perché sarebbe importante sennò studiare l'intelligenza, catalogare le persone, se non per mitigare le nostre paura. la verità è che fa più paura la libertà che quella dorata prigionia del non cambiamento. comunque penso che gli studi di cui si riporta nel post siano limitati. limitati a capire le conseguenze, ma non le cause. mi spiego: chi è predisposto, andrebbe analizzato anche nella sua predisposizione e non solo nelle conseguenze della predisposizione. se siamo il frutto di milioni di anni di evoluzione, anche un fenomeno come il cervello violento, non può che essere conseguenza di un'origine ben più lontana. il bambino con determinate predisposizioni e ambienti famigliari di un certo tipo, è già figlio ancor prima della nascita di queste predisposizioni, attraverso ciò che i genitori a loro volta hanno vissuto e così a ritroso nelle generazioni. ciò non è però ineluttabile. come le giraffe nella loro evoluzione hanno allungato il collo per sopravvivere, noi, umani, possiamo scegliere la felicità, anche se le dinamiche non si possono superare, ma solo gestire e ci accompagneranno per tutta la nostra esistenza.

5
23 Dic 2006
alle 20:28

Darkgianlu

Certo, hai ragione. Sono sempre abituato a pensare in termini soggettivi, perchè è lo soggettività quella che mi interessa di più nella mente.
Come sei segreta! :P

4
23 Dic 2006
alle 01:54

Giulietta

DarkGianlu, in psicologia, ma nelle scienze sociali in generale il "quanto" equivale al "statisticamente significativo".
Il livello di significatività è impostato al minimo allo 0.05, ma gli studi più rigorosi ce l'hanno allo 0.01 o allo 0.001.
In altre parole, preso un gruppo sperimentale e un gruppo di controllo, si dice che quel certo effetto è significativo se la probabilità che la differenza osservata fra i gruppi sia dovuta al caso è inferiore (almeno) al 5%.

Quanto al resto, mio caro, è un segreto! :D

3
22 Dic 2006
alle 20:27

Darkgianlu

Sai che la penso diversamente, ma non importa adesso. Sono interessanti questi studi, che grazie alle avanzate tecnologie di cui disponiamo riescono a darci molte informazioni in più. La cosa migliore è cercare di trovare un quadro unico che includa tutto.
Mi chiedo però, visto che spesso parli di neuroscienze, quanto i risultati che riportano siano alti di percentuale. Basta aggiungere o togliere una parola per cambiare totalmente il significato di una frase. La domanda che mi faccio spesso è: QUANTO frequentemente è vero quello che i neuroscienziati affermano? Ad esempio: quanto frequentemente i criminali violenti hanno un livello di serotonina più basso della norma?
In questi studi i numeri sono importanti.
Ma lo leggi davvero quel giornale?
Dove prendi tutte queste notizie?
Sono curioso! :)

2
21 Dic 2006
alle 16:48

Giulietta

Caro Luciano, i tuoi dubbi sono importanti, guai a non averne.
A mio avviso la semplificazione del complesso è un'operazione impropria, come lo è cercare una causa singola al comportamento violento.
Sono d'accordo con te: il determinismo fisiologico rischia di far trascurare le componenti ambientali e sociali.
Quello che però mi piace evitare è lo scotoma opposto. Cioè l'attribuzione TOTALE alle circostanze di tutti comportamenti umani.
Gli esseri umani non sono dei meri respingenti di uno stimolo esterno, rielaborano le informazioni provenienti "da fuori", reinterpretano e attribuiscono significati.
E' possibile che a un certo livello di questa rielaborazione si determini un impasse.
Teniamo insieme tutto e avremo qualche probabilità di capirci qualche cosa. :D

1
21 Dic 2006
alle 11:35

Luciano

leggendo i tuoi interessantissimi post che ampliano la mia coscienza, mi viene il dubbio che tutti questi studi dimostrino la larvata tendenza a rendere tutto fisiologicamente responsabile quasi che la società non abbia colpe e che per difendere le politiche sociali repressive si tendi ad un determinismo deteriore.

ma scrivo questo innanzitutto per ringraziarti ancora per le cose che posso apprendere qui per il tuo lavoro divulgativo
grazie.

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