Conversazioni di psicologia contemporanea
Science News ha un bell’ articolo dal titolo “Lo sguardo del predatore” in cui si raccontano alcuni approcci psicologici recenti alla psicopatia, permettendoci di approfondire l'argomento che abbiamo discusso nel post “Cosa c’è nella mente di uno psicopatico?”.
Buona parte degli studi citati nell'articolo saranno raccolti in un libro in pubblicazione: The Psychopath: Theory, Research, and Practice (2007, H. Hervé and J. Yuille, eds., Lawrence Erlbaum).
Fra questi, quelli dello psicologo Stephen Porter della Dalhousie University di Halifax, Nova Scotia, il quale, intervistando alcuni uomini con alto punteggio ai test sulla psicopatia, che stavano scontando una pena per omicidio in due prigioni canadesi, scoprì che avevano commesso omicidi crudeli pianificandoli e a sangue freddo.
Questo è in contrasto con l’assunzione condivisa che gli psicopatici difettino di autocontrollo e agiscano impulsivamente.
Gli psicopatici contattati da Porter non solo avevano pianificato gli omicidi con cura speciale, ma tentavano anche di spiegare che erano stati “provocati”. Preferivano offendere a mani nude o con i coltelli, piuttosto che con pistole, e spesso avevano effettuato torture, mutilazioni e altre forme di violenza estrema alle loro vittime. Ad ogni modo non risultavano aver agito per impulso. Non mostravano dunque un problema o un'incapacità di autocontrollo quanto la totale mancanza di interesse a controllarsi.
Il neuroscienziato R.J.R. Blair del National Institute of Mental Health (NIMH) in Bethesda, Md., ha appurato invece che le persone con psicopatia non modificano i comportamenti per i quali sono stati puniti e non imparano ad evitare azioni che offendono gli altri. Non riescono a sviluppare il senso morale. Sembrano avere difficoltà ad apprendere come evitare le punizioni e spesso non riescono a riconoscere il dolore o la paura negli altri. Blair attribuisce queste difficoltà a un difetto genetico aspecifico. In uno studio del 2005 su 3,682 gemelli omozigoti ed eterozigoti, ha potuto evidenziare una forte componente genetica nell’insensibilità e nella personalità anemotiva.
Newman ha un approccio ancora differente, ritiene le personalità psicopatiche il prodotto di un deficit di attenzione.
In una serie di studi da lui diretti, prigionieri psicopatici e non psicopatici vedevano una serie di immagini denominate in maniera errata, come il disegno di un maiale sotto cui compariva la scritta “cane”.
I partecipanti non psicopatici trovavano queste immagini confondenti, e si prendevano del tempo per identificare gli oggetti e leggere le scritte.
I volontari psicopatici completavano invece questi compiti molto più velocemente e notavano a mala pena la discrepanza fra immagini e scritte.
Newman sospetta che questa restrizione dell’attenzione negli psicopatici blocchi il loro radar mentale per riconoscere le reazioni emotive altrui.
Gli psicopatici si focalizzerebbero cioè molto bene sui loro obiettivi espliciti, ma ignorerebbero l’informazione periferica che fornisce prospettiva e guida il comportamento. Ad esempio le regole di condotta di specifici contesti sociali o i segni non verbali di disagio in coloro che sono intorno non verrebbero processati perché fuori del campo attentivo di questi soggetti.
In un altro studio, in pubblicazione su Psychological Science, Newman ha inoltre dimostrato che questi soggetti non mostrano sorpresa ai rumori improvvisi, come se non fossero in grado di riconoscere o fare attenzione a eventi disturbanti e potenzialmente pericolosi che accadono attorno a loro.
L'articolo contiene molte altre cose interessanti che vi invito a leggere quali i bambini insensibili o le implicazioni della diagnosi di psicopatia nei tribunali penali.
Le conclusioni a cui si giunge sono che malgrado i tentativi di comprensione siano strenui e sofisticati, la psicopatia resta tutt'oggi, oltre che una minaccia per la società, un autentico mistero scientifico.
ed educazione ci possono stare,ammazzarli al primo errore ,dipende,anche se non mi è una minaccia nuova per le mie orecchie,dipende come avvengono le varie liti fra l "innocente" di turno e lo psicopatico
ecco un articolo che mi riguarda,genetica
ecco un articolo che mi riguarda,genetica ed
Gli psicopatici SONO pericolosi e sarebbe un'ottima cosa eliminarli al loro primo errore (= reato). Purtroppo nella nostra società c'è un pullulare di psicopatici e molti di loro occupano posti-chiave in aziende varie e persino nell'alta politica. Bisognerebbe sensibilizzare la gente a riconoscere questi pazzi di prim'acchito. Qualcuno dirà che sono astuti e fanno di tutto per non farsi trovare/scoprire (fino a che, al culmine di una crisi, non forniscono loro stessi le tracce rivelatrici agli inquirenti). Non è vero: si riconoscono, eccome! Chiunque fa del male, chiunque ha una tendenza al sadismo, E' uno psicopatico. Che la loro diversità sia dovuta a un difetto genetico o all'educazione ricevuta non cambia molto i fatti (io propendo comunque per la prima teoria): sono una spina nel fianco dell'umanità. Le loro colpe vanno dalle offese verbali (mobbing, stalking...) agli omicidi più sanguinosi. Toglierli di mezzo ("spegnerli" per sempre) sarebbe una liberazione anche per loro. Ma bisogna farlo possibilmente prima ancora che ci scappi il morto.
secondo me si denigrano gli psicopatici solo perchè si pensa che siano pericolosi, li giudicano da un aspetto esterno,da ciò che fanno e non da ciò che li spinge a commettere un reato. La società ha un grande ruolo nella formazione di un individuo, che con difetti genetici o no, ne sarà sempre influenzato molto. Bisogna ricercare gli eventi che un uomo/donna ha vissuto, i vari traumi, Charles Manson è un buon esempio.
Una malattia si diagnostica con con qualcosa (analisi del sangue, raggi X, ecc.).
Cosa usano gli psichiatri per diagnosticare le centinaia di malattie elencate nella loro bibbia il DSM?
Come diagnosticano l'ADHD, la depressione o altro?
In realtà gli psichiatri hanno codificato i sintomi e non le cause!
Condivido pienamente con Giulietta riguardo la risposta data a Tautes.
E' fuori di dubbio che oramai il concetto di "malattia" va rivisto e già lo è in effetti, ma tautes si lancia in un'elucubrazione filosofico e pseudo-logiche di dubbia interpretazione.
Giulietta si parte da una considerazione pratica-empirica, tautes esamina la questione sotto un profilo puramente teorico che non c'entra nulla con la concretezza delle patologie.
Ciao Tautes, che dire? Condivido molto poco, e spesso seguo a fatica, il tuo ragionamento.
E i riferimenti a Szasz non mi aiutano.
Se è la parola "malattia" quella che ti da fastidio, sfondi una porta aperta. Io non parlo quasi mai di malattia, più frequentemente parlo di comportamento inadeguato, di pensieri disfunzionali, di emozioni non adattive.
Quindi non esiste praticamente mai un riferimento a un ipotetico prototipo di sanità, nè uso come criterio di giudizio l'adattamento a un certo tipo di società. L'adattamento dell'individuo è un processo squisitamente relativo e non oggettivo e privo di criteri standard. Anche se do per scontato che rispettare la vita altrui debba essere un obiettivo perseguibile dell'individuo adattato.
Se "la psichiatria" faccia un ragionamento diverso non lo so, ma dire che "la psichiatria" fa qualcosa è come dire che tutte le automobili sono blu, significa cioè non dire assolutamente nulla. Anche all'interno della psichiatria esistono innumerevoli correnti di pensiero e non ha alcun senso logico dire che le patologie del cervello le devono curare i neurologi, semplicemente perchè esistono patologie strutturali e patologie funzionali. I neurologi curano il danno neurale, l'ictus, l'epilessia, ma l'ipersecrezione di serotonina o dopamina no, giusto per fare un esempio di patologia funzionale.
Il resto del tuo intervento, ti chiedo scusa, ma mi sembra una elucubrazione filosofica che non conduce lontano.
I pensieri sono niente più e niente di meno che interazioni elettrochimiche, senza neuroni non c'è pensiero, a meno che non ipotizzi che il pensiero sgorghi da qualche ipotetica sorgente metafisica, opinione rispettabile per carità, ma francamente anacronistica.
Che l'osservatore faccia parte del sistema che osserva e che quindi la sua stessa presenza modifichi il sistema osservato non è un problema epistemologico solo delle scienze della psiche, ma di tutte le scienze, anche quelle cosiddette esatte.
Richiamerei a questo proposito il principio di indeterminazione di Heisenberg per la fisica, o la teoria della relatività di Einstein o l'effetto farfalla di Lorenz.
In meccanica quantistica si conclude che la luce è sia una particella, sia un'onda e con alcuni strumenti si possono misurare le caratteristiche corpuscolari, con altri le caratteristiche ondulatorie.
Anche la mente è sia neuroni, sia informazione che passa.
Il neurofisiologo studierà la sinapsi neurale, lo psicologo cognitivo o chi per lui si occupa dell'elaborazione dell'informazione. Senza che la differenziazione significhi concreta "differenza."
Concordo con Darkgianlu per quanto concerne il discorso sulla "malattia" mentale. Ciò che gli psichiatri si ostinano a chiamare malattia è un tipo di comportamento non accettato da una società specifica, e quindi è semmai un comportamento sbagliato (all'interno del sistema di regole sociali e morali di un determinato tipo di società), non una "malattia". Perchè ciò avviene è stato abbondantemente spiegato da Szasz e da altri, la psichiatria è una trovata della nostra società che non sa più come elaborare il male e come accettare ciò che è problematico al di là della razionalità scientifica. Se davvero si danno malattie del cervello queste vanno curate dai neurologi e davvero non si capisce cosa siano gli psichiatri se non controllori "etici" alla stregua degli inquisitori.
Poi il discorso della mente che si potrebbe ridurre al cervello: secondo me questo è impossibile logicamente poichè se diciamo che tutto ciò che pensiamo non è altro che il prodotto del nostro cervello allora non avremmo nessuna regola normativa per giudicare ciò che è reale e ciò che non lo è. Se due pensieri fra di loro contraddittori sono solo e semplicemente una serie di interazioni elettrochimiche non abbiamo modo di giudicare quale dei due sia da scegliere come verosimile o preferibile. Se i pensieri sono solo interazioni elettrochimiche tra neuroni allora sono tutti veri (o tutti falsi se preferite), incluso quello che sostiene che i pensieri NON sono interazioni elettrochimiche tra neuroni. Si cade cioè, a mio avviso, in un classico paradosso di tipo russelliano: tutto ciò che implica il tutto di una collezione (in questo caso la descrizione della totalità dei pensieri come riducibile al cervello) NON deve essere un termine della collezione. Ma che i pensieri siano interazioni elettrochimiche tra neuroni è ovviamente un pensiero, quindi un termine della collezione che pretende di descrivere totalmente.
Ciò porta a due conseguenze possibili: o la questione mente/cervello nei termini indicati va considerata come indecidibile (e non attulmente ma per principio) o si deve postulare la presenza di almeno due piani totalmente diversi, appunto la mente e il cervello, l'anima e il corpo. In ogni caso la psichiatria si rivela impossibile nei suoi fondamenti teorici.
DarkGianlu, capisco quello che dici, lo trovo ragionevole, ma vi concordo solo in parte.
Ho scritto un post qualche tempo fa che si chiamava "sentire le voci ed essere felici".
Raccontavo di persone, in tutto il mondo, che sperimentavano allucinazioni uditive che non arrecavano loro alcun fastidio, ma che anzi erano ritenute "confortanti presenze intrapsichiche".
Credo sia un buon esempio di come, quello che qualcuno definirebbe "un sintomo", possa nei fatti essere integrato nella psicologia dell'individuo e consentirgli di vivere tranquillo e felice.
Se ci ostinassimo a medicalizzare l'allucinazione uditiva tout court dovremmo curare individui equilibratissimi. E ok.
Se però una persona sente una voce che gli ripete ossessivamente che non vale niente, che è sporco e cattivo, che è spregevole e che è ora che si ammazzi, e questa persona apre una finestra per lanciarsi di sotto, faccio molta fatica a non considerarlo un DISTURBO mentale, che vale qui come in Africa, che sarebbe valso 100 anni fa come oggi, eccetera eccetera.
E' insomma un sintomo "oggettivamente disturbante", perchè pone quella mente nella condizione di fagocitare sè stessa e di distruggere l'individuo.
E questa condizione è in contrasto con qualcosa che non è frutto della cultura, ma è essenza di natura, e cioè l'istinto di sopravvivenza.
Insomma, a mio parere, dire che la malattia mentale non esiste significa negare, nella sostanza, che il funzionamento del cervello possa alterarsi al punto da rendere quella mente incapace di governare l'individuo.
E non capisco come sia possibile negare questa eventualità sia sul piano clinico, che sul piano teorico.
Mi fermo anch'io che si fa lunga davvero! :D
Per quel che c'è fuori di noi, mi rifaccio un po' a "Kant e l'ornitorinco" di Eco. Non sappiamo bene cosa c'è lì fuori, ma se cammino per strada ad occhi chiusi, prima o poi incontrerò (malauguratamente) un palo... :)
Ciao a tutti :) Stiamo un po' uscendo dalla discussione. Divedendo fra malattie dell'anima e del cervello non volevo porre una distinzione reale, era un esempio per far capire di cosa si dovrebbe occupare la psichiatria, e di fatto si occupa anche quando parla di disturbi funzionali del cervello.
Concordo con Giulietta quando dice che cervello e anima sono sostanzialmente la stessa cosa, e che molto probabilmente la distinzione che ne facciamo è arbitraria. Molto probabilmente è il frutto della nostra cultura, che nei millenni ha forgiato il nostro modo di esperirci odierno. Aggiungo che nè l'anima nè il cervello dovrebbe avere il primato, altrimenti sarebbero due cose diverse.
Per quanto riguarda il discorso sulla malattia mentale, vorrei precisare dicendo che il mio discorso non si basa sulle ottime osservazioni che avete fatto sulla funzionalità della devianza e la sua origine, ma sul concetto di normalità. Ogni malattia mentale che si consideri tale deve necessariamente far riferimento alla normalità, intesa come sanità (provate ad ascoltare attentamente le parole di chi è esperto in questo campo, noterete che quasi sempre non fanno distinzione fra normalità e sanità); ma perchè? Perchè non è possibile considerarla al di fuori del nostro contesto sociale/culturale. Come avete sottilineato, ogni comportamento/esperienza può essere utile in momenti/contesti/ambienti diversi. Ma che malattia è una malattia che non è più tale a seconda delle norme di riferimento? Che malattia è una malattia che è tale solo se c'è qualcuno che la considera tale?
Non c'è bisogno di sapere che cos'è l'AIDS per morirne, ma sicuramente uno "schizofrenico" può essere considerato un malato, un visionario o un eretico a seconda di che ambiente ha intorno, e soprattutto, non ne muore! Nessuno è mai morto di schizofrenia, DOC o di un disturbo di personalità multipla.
Questo per chiarire il motivo principale per cui dico che la malattia mentale non esiste. Essa è una metafora, serve a descrivere qualcosa che non va in una persona, sia che lo crediamo noi (strategia) sia che ce lo riporti la stessa persona (la sofferenza) e noi non sappiamo darne altre spiegazioni.
Non voglio negare che la sofferenza dell'anima, della psiche, esistenziale, non esista, ma voglio dire che non è una malattia; anzi, a mio parere, è il modo migliore che abbiamo per esprimerci quando non ci riusciamo altrimenti.
E qui potrei continuare, ma mi fermo, altrimenti diventa troppo lunga!
:)
darkgianlu bello il tono pacato della risposta - evidentemente mi ero parzialmente sbagliato nell'inquadrare il senso delle tue parole.
Dicendo che non necessariamente una malattia dell'anima -se vogliamo usare questa terminologia- è una malattia del cervello, ma che una malattia del cervello si traduce in una malattia dell'anima, possiamo essere parzialmente d'accordo? E che significa realtà? E se la realtà fosse strutturata in livelli simbolici, si può dire che siano più "reali" i livelli sottostanti ed elementari piuttosto che i successivi ed astratti?
Caro Alberto, io mi spingo MOLTO più in là: la realtà non esiste fuori dai nostri sistemi percettivi. Non abbiamo idea di come sia veramente il mondo là fuori, se potessimo guardarlo con qualcosa di diverso dai nostri occhi.
Detto questo, concordo con quello che dici, un deficit è per forza di cose "un minus" rispetto a uno standard e questo standard lo da semplicemente "la maggiorparte delle persone su questo pianeta", ma potrebbe essere funzionale per un certo individuo o essere stato funzionale in un certo momento della nostra evoluzione di esseri umani.
Anzi, sono convinta che uno scostamento dalla norma si mantiene proprio perchè è "rinforzato". Quel deficit di attenzione potrebbe effettivamente aver aiutato quel cervello a sopravvivere...
Ciò non toglie che le conseguenze di questo scostamento dalla norma si traducano in comportamenti non funzionali alla sopravvivenza dell'individuo stesso e della società intorno a lui.
Questo non possiamo scotomizzarlo. Un cervello funziona quando scambia con l'ambiente una relazione "adattiva". Se non lo fa è un cervello che non assolve completamente alla sua funzione di "ponte" fra l'individuo e il suo ambiente.
Il fatto che abbia "le potenzialità" per essere disfunzionale non ci può rasserenare sul fatto che sia "naturale" e quindi sano.
Non so se ho risposto alla tua domanda, ma ti ringrazio davvero per l'opportunità di riflessione. :)
Sto seguendo la discussione, e devo dire che non ho mai sentito parlare dell'antipsichiatria. Ma è interessante.
Il cervello è qualcosa di complesso, e spesso quello che cerchiamo è di capire la sua complessità; possiamo pensare a un nervo ottico che manda impulsi direttamente al cervello per farci vedere la realtà così com'è...ma studiandolo abbiamo scoperto che la realtà è ben lontana dall'essere così com'è. Abbiamo scoperto che il nostro sistema di percezione ci fa vedere certe cose e non altre, e certe cose ce le fa vedere in un certo modo perchè quel modo ci ha permesso di restare vivi almeno fino all'età della riproduzione.
Ma il cervello ha tante potenzialità, anche quelle che ora non ci immaginiamo: potrebbero servirci un domani per farci sopravvivere durante un cataclisma, o chissà.
Oggi chiamiamo 'deficit dell'attenzione' un certo stato di una persona perchè appare all'interno di una statistica in un certo punto del grafico. Forse questa stessa persona avrà dei problemi nell'ascoltare un qualsiasi relatore o a leggere una figura. Ma non sappiamo oggi a cosa può servire veramente un 'deficit dell'attenzione', non sappiamo neanche se è un deficit, anzi, forse potrebbe essere un modo del cervello per poter sopravvivere a qualcosa di più grave, o una potenzialità per un qualcosa che nel nostro passato evolutivo è successo, e poi non è più accaduto.
La domanda che mi viene da porti - leggendo quello che ha scritto DarkGianlu - è questa: chiamiamo malattia qualcosa che il nostro cervello fa quando è fuori dai modelli standard, ma che in qualche maniera può fare perchè ne ha le capacità?
Mi spingo ancora più in là: la vita fa di tutto per rendersi varia (per esempio il crossing-over nella variabilità genetica), perchè - si dice - ha più probabilità di sopravvivere. Possiamo parlare in questo caso di malattia genetica se il prodotto di questo crossing-over è una persona decisamente fuori standard?
Ma certo DarkGianlu, ogni discussione è sempre proficua. :)
Purtroppo continuo a credere che "l'anima" o "la mente" non siano delle entità metafisiche.
La mente è ciò che il cervello FA.
Se il cervello, come elaboratore di informazioni, non funziona, la mente risponde di conseguenza.
La supersemplificazione è sempre un'operazione discutibile, ma in questo caso costituisce un presupposto imprescindibile. Non esiste una mente senza cervello, e non esiste un cervello il cui prodotto sia una mente. La distinzione fra le due cose è un artificio logico.
Se pensare significa scambiare segnali elettrici fra cellule, se il segnale si blocca o si riorganizza in maniera diversa il pensiero sarà diverso.
Il cervello è l'hardware, la mente è il software. Hai mai visto un software girare bene su un hard disk fallato? :)
Come al solito ci sono state incomprensioni.
La psichiatria non si occupa delle malattie del cervello, ma delle malattie dell'anima. Delle prime si occupa la neurologia. Una malattia del cervello non è una malattia dell'anima.
Valfrutta, vedo che hai imparato bene i trucchi della psichiatria: se c'è qualcosa che non ti va bene, è perchè l'altro ha un problema (davvero ho un problema dell'identità?).
Giulietta, non ho detto che non è bene definire le diversità, ho detto che non sono malattie, ma diversità appunto.
Le persone diverse ed i loro reati vanno considerate come persone diverse che hanno commesso reati, e si deve agire di conseguenza!
Non è scientifico generalizzare un modo di vivere la vita a tutte le persone dicendo che ciò è sano, e ciò che devia è malato!
Voglio far capire che non considero le persone con disturbi mentali come delle persone tali e quali a quelle che non li hanno, perchè significherebbe negare la realtà. Ci sono certe aree psichiche che causano problemi a queste persone, di varissimo tipo, ma la sofferenza non è una malattia, non una malattia in senso medico.
Considero la sofferenza una costante della vita umana, non uno stato eccezionale dovuto alla maledizione degli dei o una malattia scritta sul dsm.
Spero che ne nasca una discussione profiqua! :)
per affrontare qualsivoglia realtà è necessario separare l'indistinto,cioè nominare, quindi creare relazioni. Non mi pare sia possibile operare sull'indistinto, in quanto in contraddizione col concetto stesso di operare.
Se definire per qualcuno è sinonimo di giudicare, il minimo che si possa dire è che ci sono di mezzo problemi di identità (traballante).
comunque, non sia mai che io giudichi una cosa migliore di un'altra: in alternativa al tentativo di comprendere c'è sempre l'afasia e una vita di reazione, cioè la staticità totale (o il caos, che è poi la stessa cosa).
(ah, scusate, che stupido, comprendere è un concetto che non ha senso perchè la realtà non esiste. scusate, sono rimasto un po' indietro...)
ps (sì, ero zw. tempo fa, e confermo, bello il blog, bello lo spirito)
Vediamo...
Questi individui sono uguali a me e a te o hanno "qualcosa" che non funziona nella loro sfera cognitivo-emotivo-comportamentale? Direi che è indubbio che qualcosa non va.
Quando li vai a intervistare ti rendi conto di certe cose, che fanno parte della loro mente e non fanno parte della mia per esempio,: Insensibilità, assenza di rimorso, mancanza di empatia, frequenza del mentire, manipolazione, ecc.ecc..
Ora, capire se queste cose dipendano da un deficit dell'attenzione, piuttosto che da un difetto genetico, o da una difficoltà di apprendimento non cambia i termini del problema.
Il problema è che queste persone sono così, e così fuori da un carcere non ci possono stare, perchè se no, al primo alito di vento, si mettono ad affettare i passanti.
E allora che si fa? Li lasciamo pascolare nella loro vita disfunzionale solo perchè non crediamo che siano "malati"?
Malati o meno, qualcosa c'è in quelle capocce! Andiamo a cercare questo qualcosa, e se lo troviamo e riusciamo a "ridimensionarlo" non abbiamo fatto un soldo di danno.
Detto questo (io personalmente credo più a un difetto dell'organizzazione cognitivo-emotiva, che non di un preciso danno biologico), quello che io non capisco dell'antipsichiatria è l'idea che il cervello (che è fatto di carne elettrificata) non sia un organo che può ammalarsi al pari di fegato, reni, polmoni e pancreas.
Mi spiego meglio... :) Spero di non evocare troppi contrasti nell'esporre le mie idee.
Sicuramente tutti i tentativi di comprensione sono utili ed importanti, ma quando questi tentativi partono dall'idea che l'altro sia malato perchè agisce come non vorremmo, allora non vanno bene.
Io parto dall'idea che la malattia mentale non esiste. Non mi prendere per "pazzo" o scemo, è un'idea non nuova dichiarata per la prima volta da Szasz e altri esponenti dell'antipsichiatria.
Condivido con te che gli atti degli psicopatici non sono giusti, ma mi fermo ad un giudizio morale. Non si possono curare queste persone, perchè non sono malate; certamente li si può aiutare a comprendere meglio quello che hanno fatto, se stessi e come vivere al meglio nella società, se ne hanno bisogno. Inoltre parlare di difetti genetici o biologici è la peggior specie di denigrazione psichiatrica che si possa fare a queste persone, perchè si accusa qualcosa che non è sotto il loro controllo, affermando, di conseguenza, che è giusto curarle anche contro la loro volontà. Questa è una "strategia" della psichiatria molto evidente e comune. Parte sempre dal GIUDICARE i comportamenti e le esperienze, per poi spiegarli in termini biologici e cancellare ogni ombra del giudizio, che viene fatto passare come evidenza scientifica.
L'importante è non confondere devianza con malattia.
Concludo dicendo che è più umano un ergastolo (ma sono totalmente contrario alla condanna a morte!) che una deumanizzazione medica. ;)
Ciao DarkGianlu, io non sono molto d'accordo con te. Tutti i tentativi di comprensione mi sembrano lodevoli quando si tratta di capire il perchè un uomo riesca a trovare "naturale" fare a fette una donna e metterla dentro un frigorifero.
Capire significherebbe prevenire e significherebbe curare queste persone una volta che sono state catturate.
Se non sappiamo cosa "difetta" in loro, la soluzione più facile che la società riesce a trovare è l'ergastolo o la condanna a morte. Questa è una violazione dei diritti umani...non trovi? :)
La ricerca è interessante, ma come al solito le ricerche psichiatriche si basano su un pregiudizio fondamentale: che i diversi scomodi sono malati. E in base a questo li offendono e denigrano ("difetto genetico aspecifico", qualcosa che ci riporta alla mente le giustificazioni naziste), li alienano. Io penso che se una persona non è conforme alle regole sociali o alle nostre aspettative, sono piuttosto queste a dover essere cambiate, non le persone, e nemmeno si devono creare delle regole che li distinguono da noi ( sano/malato), a meno che non vogliamo tener conto dei diritti umani.
Cmq complimenti per il sito, lo visito spesso :)
Bye bye!
alle 13:56
Riccardo Preziosi
Massimo Donai perdonami ma il tuo discorso visto dall'esterno sembra il discorso di uno psicopatico :D
Mentre sulla questione riflettevo sulla realtà della componente genetica, ad esempio nel meridione molti ragazzi sviluppano disturbi sociopatici e psicopatici, fino a finire nella rete della mafia, un aumento di casi quindi che lascerebbe pensare di più ad una componente educativa/sociale che genetica.