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La strage di Erba: anaffettività e delitto

Giulietta Capacchione avatar Venerdì 12 Gennaio 2007, 15:29 in Psicologia clinica di Giulietta Capacchione
psicopatia.jpg

C'è un articolo del filosofo e psicoanalista Umberto Galimberti su Repubblica a commento della strage di Erba dal titolo "Quando l'odio è senza controllo".
Pur condividendolo nelle linee generali vorrei segnalare qualche riflessione.

"PERCHE' ci spaventa la strage di Erba, dove una coppia di vicini uccide una madre, il suo bambino, la nonna e la signora della porta accanto? Lo spettacolo è truce, ma forse quel che più ci angoscia non è tanto la sua truculenza, quanto sapere se noi siamo del tutto immuni dai moti d'animo che hanno provocato questa tragedia.
Del tutto immuni no. E il nostro linguaggio lo rivela quando si abbandona a espressioni che, senza freni, tradiscono i nostri vissuti carichi di odio. Ma dal linguaggio solitamente non passiamo all'azione. A fermarci non è tanto l'uso della ragione, già messa fuori gioco dall'odio, ma quella "dimensione sentimentale" che registra la differenza tra il bene e il male, tra la gravità di un'azione e la sua irrilevanza.
Questa dimensione antecede persino i sentimenti d'amore e odio con cui conduciamo la nostra vita emotiva. Ed è grazie a essa che impediamo al nostro amore di soffocare e al nostro odio di uccidere. Ma quando questa dimensione non c'è? Quando nessuna risonanza emotiva avverte il nostro cuore della differenza tra un gesto innocuo e un gesto truce?  Allora siamo alla "psicopatia". Un termine coniato dalla psichiatria dell'800 per designare una psiche apatica, incapace di registrare, a livello emotivo, la differenza tra ciò che è consentito e ciò che è aberrante, tra un'azione senza conseguenze e un'azione irreparabile. Una psiche priva di quella risonanza emotiva che ciascuno di noi registra quando compie un'azione, dice o ascolta una parola."

A questo proposito ritengo che la sottovalutazione della "ragione", nel senso di processualità cognitiva, sia inappropriato non solo perchè esistono delle evidenze sperimentali sull'esistenza di deviazioni squisitamente cognitive nei soggetti che si macchiano di questi crimini, di tipo percettivo, attentivo ecc (vedi link in fondo.),
ma anche perchè è invece la razionalità che registra e distingue il bene dal male, sono le regole introiettate di giustizia ed errore, che ci consentono di determinare se un'azione è lecita o illecita, se è grave o irrilevante.
In questi due individui la razionalità non ha difettato nel senso di essere stata travolta dall'emotività. Ricordo che la strage è stata compiuta con premeditazione e non di impulso, pianificata nei dettagli e perpetrata con intenzioni precise. In questo caso la razionalità era semplicemente votata al male, perchè a mio avviso in questi soggetti mancavano o risultavano traviate proprio quelle "regole" introiettate di giustizia e ingiustizia di cui parliamo.
Se ci confrontassimo con questi assassini non ci sorprenderemmo di ascoltare da loro motivazioni del tutto "razionali" al loro gesto: "facevano rumore, il bambino piangeva sempre, avevamo un contenzioso in denaro" che tradiscono sì un traviamento, ma comunque un traviamento del pensiero e non solo dell'emozione.

Ma andiamo avanti. Quello che Galimberti chiama "la dimensione sentimentale", non è altro che la capacità empatica di mettersi nei panni altrui, di perdonarne gli aspetti sgraditi, di comprenderne le motivazioni.
Quando questa capacità empatica è presente, i sentimenti di odio vengono ridimensionati, non si "producono" a monte a un tale livello di intensità da portare al passaggio all'atto aggressivo.
Ma secondo me questa coppia criminale non è stata sospinta da un odio cieco e senza controllo, frutto di un minus empatico, quanto piuttosto da una totale assenza di emotività, un'anaffettività completa e pervasiva che è la vera essenza della psicopatia, come giustamente Galimberti sottolinea.
Non c'è amore in queste persone certo, ma non c'è neppure odio, c'è il silenzio dell'emozione, il vuoto sentimentale, una voragine di intelletto traviato senza il supporto di un sufficiente coinvolgimento empatico.
Questo si deduce anche dalla freddezza con cui si è costruito l'alibi, con cui sono state affrontate le settimane successive, senza che si potesse rintracciare il benchè minimo segno di pentimento o ravvedimento.
L'odio è un'emozione forte, talvolta incontenibile, ma manifesta e manifestabile e soprattutto ha in sè una sua direzionalità "ragionevole".
Si odia, anche fortemente, chi ci fa del male, non chi ci disturba il sonno...  Secondo me questi due non odiano, semplicemente non provano niente, e quando non provi niente la vita e la morte sono concetti intercambiabili, e la vittima è pescata a caso, o come nella strage di Erba, individuata su presupposti motivazioni ridicoli. 
Nel resto dell'articolo Galimberti prova a cercare le motivazioni dell'assenza di "sentimento" nell'educazione moderna dei bambini. In questo caso perdendo un po' il fuoco del ragionamento che, ricordiamolo, riguarda persone che hanno superato la cinquantina.

" i bambini di oggi sono sottoposti a troppi stimoli che la loro psiche infantile non è in grado di elaborare. Stimoli scolastici, stimoli televisivi, processi accelerati di adultismo, mille attività in cui sono impegnati, eserciti di baby-sitter a cui sono affidati, in un deserto di comunicazione dove passano solo ordini, insofferenza, poco ascolto, scarsissima attenzione a quel che nella loro interiorità vanno elaborando.
Quando gli stimoli sono eccessivi rispetto alla capacità di elaborarli al bambino restano solo due possibilità: o "andare in angoscia", o "appiattire la propria psiche" in modo che gli stimoli non abbiano più alcuna risonanza. In questo secondo caso siamo alla psicopatia, all'apatia della psiche che più non elabora e più non evolve, perché più non "sente". [...]
Gli psicopatici sono un caso limite dell'umano, ma la psicopatia come tonalità dell'anima a bassa emotività e a scarso sentimento è qualcosa che si va diffondendo tra i giovani d'oggi che, nella loro crescita, acquisiscono valori d'intelligenza, prestazione, efficienza, arrivismo, quando non addirittura cinismo, nel silenzio del cuore. E quando il cuore tace e più non registra le cadenze del sentimento, il terribile è già accaduto anche se non approda a una strage
".

Pur condividendo l'analisi eziologica della psiche "piatta" mi sembra un po' pretestuoso portare in questo contesto il riferimento "ai giovani d'oggi" e ai bambini di oggi. L'oggi ha le sue peculiarità, ma la psicopatia è un fenomeno antico e dalle cause complesse, non "esaurite" e non riconducibili esaustivamente alla particolarità degli stimoli e delle pratiche educative moderne. Voi che dite?

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13
13 commenti
13
27 Gen 2009
alle 22:31

evelyn

Io penso che in questa vicenda come in tanti altri drammi c è tanta solitudine x nessuno li ha aiutati prima che succedesse la strage ci sono stati segni precedenti di disagio da entrambe le famiglie 1 grido di aiuto nessuno l ha colto x aiutare entrambi nella loro immensa frustrazione,malattia di chiusura verso il mondo e verso sestessi c è 1 ma finchè nn succede nessuno può intervenire e così l odio cresce le famiglie è 1 plurale famiglia è +persone ma a volte nn c è si è soli.

12
08 Feb 2008
alle 12:37

Jessica

A proposito della strage di Erba, dai un'occhiata a questo articolo, molto profondo e critico nei confronti dei media.
Saluti

http://www.settimopotere.com/index.php?option=com_content&task=view&id=112&Itemid=31

11
06 Feb 2008
alle 10:15

carlo denaro

giovanni battista, parleresti diversamente se i cari a mancare fossero i tuoi.

 

per te esiste 1 solo aggettivo, ahime, nel vocabolario italiano: ipocrita. 

10
22 Giu 2007
alle 19:34

Giovanni Battista

E' facile dire odio - è facile adesso puntare il dito contro quella coppia che ha provocato la strage di Erba. Sono  dei criminali -  sono dei pazzi - sono ...........ecc...

Ma a nessuno viene un dubbio ?

Avete visto Matrix ? Avete visto quando Mentana ha intervistato il tunisino padre del bambino assassinato? Anche nel suo sguardo nessuna emozione - solo freddezza, il gelo. Eppure da poco gli hanno massacrato il figlio, la moglie e la suocera. Ma nessuna emozione, niente.

Rammento che il tunisino era appena stato condannato a tre anni di galera per traffico di droga.

Droga .. capite? Morte   e se non è morte è sofferenza atroce per migliaia di persone in tutto il mondo. Dunque un delinquente che , stando a come hanno presentato i fatti a Matrix, quando era  in casa, ospitava altri connazionali e facevano un baccano infernale. Non solo il bambino che piange, non solo le grida e i litigi con la moglie, ma anche un gran trambusto a tutte le ore, ore in cui chi ha lavorato duramente durante tutto il giorno ha il sacrosanto diritto di riposare.

Nemmeno i tre strati di sughero fatti posare sul pavimento dal padre di Lei, sono serviti ad attenuare quel casino che facevano. Immaginate prima, immaginate d'estate quando porte e finestre sono aperte per il caldo.

A questi due coniugi, che fino all'arrivo nel loro condominio del tunisino e familia  erano tranquilli, è stata tolta la tranquillità ed il dirtto alla quiete ed al riposo. Ricordo che in questo  il tunisino ha compiuto più di un reato contro di loro.

A niente sono servite le denuncie fatte dagli attuali incarcerati per porre in evidenza a chi di dovere il loro disagio.

Quei due nel tempo si sono ammalati -

Il sonno disturbato o tolto completamente porta l'essere umano dapprima alla esasperazione, alla depressione e via via la mente si ammala e si aggrava sempre più, fino ad arrivare a gesta come quelle che abbiamo visto.

Raccapricciante lo so, condannabile sicuramente, ma codannabile anche il tunisino che, a mio avviso, è il responsabile pricipale dell'accaduto.  Non si può provocare un disastro e dopo gridare la propria indignazione per l'accaduto.

Olindo e Rosa non dovrebbero essere in carcere ma dovrebbero essere curati con attenzione e amore, dovrebbero essere accompagnati in un percorso per recuperare forza spirituale e fiducia anche nelle istituzioni, quelle istituzioni alle quali loro invocavano  aiuto senza avere la giusta risposta.

In carcere invece dovrebbe essere il tunisino  il quale dal carcere era uscito solo per l'effetto dell'indulto, non fosse stato per questo sarebbe rimasto dentro e probabilmente moglie figlio e suocera sarebbero ancora vivi. 

9
15 Apr 2007
alle 12:58

Carmelo

Interessante l'articolo dello psichiatra che ho riportato qui sotto che permette di comprendere meglio questo sintomo della pazzia.

I pazzi:
prigionieri forzati della anaffettività 

  di Massimo Fagioli

«Mi resero monco!», forse queste parole mi disse un ricoverato nell’ospedale psichiatrico di San Servolo, a Venezia. Aveva subìto la lobotomia ed era diventato tranquillo.

A San Clemente, l’altro ospedale psichiatrico di Venezia, non solo un altro, ma tanti altri mi dissero, senza parlare, che avevano perduto qualcosa, senza subire nessuna aggressione evidente. Erano gli occhi che erano simili o uguali, anche se l’iride era diversa in ciascuno: nera, azzurra, verde, marrone ora più scuro ora più chiaro. Stranamente, la loro pupilla, sempre nera, era diversa da quella di altri. Come un che di vuoto, quando mi guardavano mi dicevano: «Lascia perdere, tu sei giovane; io sono perduto».
Le affascinanti vecchie cartelle cliniche del 1887-1899 avevano, nelle pagine, ogni riga segnata da due parole: stolido, anaffetivo; talora erano tre parole: invariato, stolido, anaffettivo. Il primario dal pizzetto bianco sembrava saggio: «Quello? È qui da tanti anni, fece una crisi non ricordo quando; ora non c’è più niente da fare. Lascialo stare, pensa a studiare».
A Padova l’ospedale psichiatrico era pulito in tutti i sensi: tutti, infermieri e medici, si prendevano cura dei malati; non esisteva la camicia di forza per contenere i malati. Si studiava per fare la diagnosi. Le cure erano l’elettroshock e Largactil; poi arrivarono Talofen e Tofranil, Disipal eccetera; a me dettero da fare la cura di Sakel ovvero coma insulinico e risveglio dal coma.

Non so quando, non c’è stata mai nessuna illuminazione, ma so che maturò, nell’intenso lavoro e nella ricerca della diagnosi di malattia, la scoperta che non si sarebbe andati mai oltre la diagnosi che, senza la cura, diventava condanna. Allora non ho aspettato la deistituzionalizzazione per «trasformare lo statuto di razionalità dall’azione terapeutica» e ho lasciato Padova intelligente, per cercare l’arcano che una parola indicava come esistente ma non conoscibile: inconscio.
Non ero ingenuo e non credevo più, da tempo, alle fate e la parola psicanalisi non mi convinceva; ma non feci come i sapienti Barison, Cargnello, Callieri e quasi tutti gli psichiatri del tempo che vivevano come se quelle parole non esistessero. Andai in Svizzera a vedere quale era il volto che quelle due parole dicevano di nominare. Dasein e psicoanalisi non avevano volto, non avevano identità.
Allora vidi che la cura per la guarigione veniva codificata come inesistente. Non credetti al dogma dell’inconoscibilità. Mi presi cura dei malati senza la «logica razionalistica del problem-solving», e cercai di capire cosa li rendeva malati. Non mi interessava più la diagnosi raffinata, ma ascoltarli per comprendere. Intuii e compresi che la malattia manifesta nella coscienza e nel comportamento affondava le sue radici in una non consapevolezza di quanto accadeva in se stessi, nella mente senza coscienza. Scoprii che la cura per la guarigione era possibile soltanto se si raggiungeva la conoscenza di ciò che, da sempre, era codificato inconoscibile.

Forse ho peccato; ho scelto la via della prassi come conoscenza che può essere soggetta all’accusa di essere aristocratica perché emargina i vecchi incurabili, i cerebropatici che non sono suscettibili di cura per la guarigione. Non credo sia vero! Quando non c’è la prognosi di guarigione c’è la prescrizione del prendersi cura. E non basta. Il prendersi cura del vecchio che sta perdendo la mente sono parole che sembrano uguali al prendersi cura del bambino non autosufficiente: non sono uguali, anche se Shakespeare, nel King Lear, dice che il vecchio diventa come un bambino. È necessario distinguere, vedere la realtà dell’altro essere umano.

Confessato il mio peccato, posso avere la libertà di considerare l’altrui. Denunciata l’assenza di ogni ricerca sull’ “inconscio”, mi domando perché nella psichiatria non c’è mai stata una ricerca; perché questo nome che parla di medicina della psiche non ha mai pensato a studiare la mente degli esseri umani. Allora, forse, se si pensa, si può scoprire che la «banalità del quotidiano» non sempre è positiva e non è terapeutica ma causa di malattia mentale. Che significa «positiva»? Un amore materno che nasconde una realtà non cosciente di distruzione dell’identità del bambino?
Sono necessarie entrambe le cose: non emarginare e prendersi cura, ma anche curare con sapienza i ragazzi di quindici anni che cadono in una crisi psicotica; essi possono guarire ed è delittuoso non curarli con sapienza e metodo. Medicina delle qualità? Penso che si intenda un amore generico per il prossimo; una buona volontà che non ha mai guarito nessun malato.

Forse Franco Basaglia aveva ragione. Quando eravamo insieme a Padova non c’era nessuna ricerca sul pensiero senza coscienza, sapevamo evidentemente che la psicoanalisi era un falso storico. E  non dico le sue idee quelle che non condivido. Importante è non pensare e vedere ciò che non c’è. Non ho mai visto e conosciuto Tobino e non l’ho mai considerato uno psichiatra interessante. Forse avevo ragione anch’io quando, insieme, al convegno di Milano del 1962 facevamo domande ai “sapienti” svizzeri di psichiatria e psicoanalisi: Benedetti, Müller, Arieti, Fornari. Entrambi facevamo il grande rifiuto della psichiatria che, a quel tempo, era neuropsichiatria perché Gentile, nel 1925, legò insieme i due nomi come se tutto si legasse e si riferisse a lesioni celebrali, ovviamente incurabili.

Molto d’accordo quindi in tanti comportamenti e prassi. Ho citato alcune frasi che vedo criticabili; non d’accordo su teoria e idee che cercano di affrontare la realtà umana. Ho letto l’articolo I pazzi: prigionieri forzati della sensibilità. Mi piace l’ultima frase:  «Dalla strada che si imboccherà dipenderà molto più che il destino dell’assistenza in salute mentale». Mi conforta l’osservazione del bisogno che ha la sinistra politica di sapere della realtà mentale umana. Da un paio di anni Liberazione parla spesso di realtà umana. Mi sembra che ciò che a loro manca non è la prassi politica ma un interesse maggiore per la conoscenza della mente umana. Io non sono direttore né presidente di niente e la mano del direttore di Left è già sopra la mia: pesa come un sasso, e le dita, ormai lente da qualche riga, si sono fermate.
8
16 Gen 2007
alle 01:33

Alberto

Propendo per la psicopatia di coppia. Questo non è 'odio', quello che ha a che fare con uno stato emotivo, e nemmeno, secondo me, cultura dell'egoismo nella distinzione di 'me' e 'altri'.
Penso piuttosto ad un'affermazione del tipo 'le mie ragioni sono sacrosante' portate all'estremo, oltre il confine di ciò che ragionevolmente ci è stato insegnato come limite invalicabile.
Il sistema di regole della coppia fondato su una qualche forma di 'giustizia' ha decretato una sentenza di morte proprio perchè fondato su un senso assoluto e assurdo di uguaglianza: "noi non avremmo fatto piangere nostro figlio così, noi non avremmo fatto rumore, noi per la faccenda del denaro ..(ecc)...Vi pensate diversi per comportarvi in maniera diversa?"
Assolutismo e anaffettività spesso vanno a braccetto.

7
14 Gen 2007
alle 19:47

Giulietta

Condivido completamente la descrizione statistica che hai fatto, ma non giungo alle tue stesse conclusioni.
Se è vero che la media si colloca localmente a seconda della cultura di riferimento questo non vuol dire che la psicopatia non possa essere collocata nelle code della distribuzione.
Non è che lo psicopatico è un marziano che non condivide con il resto della popolazione la stessa cultura, è semplicemente uno che, ad essa, aggiunge una configurazione cognitivo-emotiva molto particolare che lo porta con maggiore probabilità a compiere un delitto.
La cultura dell'egoismo ci ha resi tutti più aggressivi? Forse è vero, forse è una falsa percezione, ciò non toglie che non è sufficiente a spiegare un atto criminale del genere.
Quanto alla riduzione della responsabilità sul piano giuridico, non è detto. La capacità di intendere e di volere può essere giudicata ( e lo sarà in questo caso) completamente adeguata.

6
14 Gen 2007
alle 09:20

stragatto

Giulietta: da profano immagino che la distribuzione delle aggressivita' sia di tipo gaussiano, e quindi con una media che localmente dipendera' dal substrato culturale della popolazione, ma con delle code che si estendono da un lato verso l'aggressivita'quasi nulla e dall'altro verso livelli estremi. Naturalmente, le code della gaussiana rappresentano (e per fortuna!) frequenze estremamente piccole, ma comunque diverse da zero. Ecco, secondo me questi livelli di aggressivita', sia pure molto rari, fanno parte ancora della distribuzione generale, e per questo motivo sono scettico davanti all'ipotesi della psicopatologia (che tra l'altro implica una riduzione della responsabilita' sul piano giuridico); ma ripeto, il mio e'un punto di vista da profano.

5
14 Gen 2007
alle 00:51

Giulietta

Ciao Stragatto
io penso che se questi episodi fossero soltanto il prodotto ultimo di una cultura generale sarebbero numericamente superiori, anche se naturalmente il substrato culturale costituisce terreno di attecchimento più o meno fertile.
In merito al fatto che l'ipotesi della psicopatia non regga perchè non è possibile l'identica patologia in entrambi i coniugi, mi sento di aggiungere che la cosiddetta "follia a due" è ben documentata storicamente, e tipicamente si tratta di coppie estremamente invischiate e indifferenziate in cui uno dei partner costituisce la figura dominante, più smaccatamente psicopatica, e l'altro è la figura dipendente.
Se a qualcuno facesse piacere approfondire, su questo link c'è una interessante disamina sulle coppie assassine
http://www.cinziatani.com/Univer/seconda%20lezione/delitto%20di%20coppia.htm

4
13 Gen 2007
alle 23:28

stragatto

La mia opinione e'che la mancanza di empatia che rende possibile azioni del genere e' il caso estremo di una sintomatologia rivelatrice di un male piu'profondo e di natura sociale. Mi riferisco alla cultura dell'egoismo, quella che porta alla distinzione tra "noi" e "loro, gli altri", distinzione che poi diventa facilmente gelosia di tutto cio'che appartiene a "noi" e negazione di tutto cio' che appartiene a "loro, gli altri", in questo caso la vita stessa. No, la tesi della psicopatia non regge: la probabilita'di una identica patologia in entrambi i coniugi mi sembra estremamente bassa, molto alta invece mi pare la probabilita'di una identica deviazione culturale, di una escalation fino alle conseguenze estreme della cultura dell'egoismo.

3
13 Gen 2007
alle 19:45

Giulietta

Ciao Inyqua ci sarebbe tanto da dire sui sistemi educativi più efficaci...

Ciao Albatros quello che ho tentato di sottolineare è che l'odio è un LEGAME tra un individuo ed un altro, e mantiene per questo un connotato "umano". Appartiene a tutti ed ha una sua ragion d'essere, spesso una motivazione "plausibile" o "comprensibile", l'altro ci ha, per esempio, procurato del dolore.
Se l'odio è così intenso da condurci a compiere un gesto assassino, l'atto criminale viene compiuto senza lucidità, in una specie di furia cieca che presto si esaurisce, e il soggetto si ravvede molto presto, perchè dopo aver sfogato l'odio, recupera il controllo sulle proprie emozioni e scopre che non ha posto rimedio al dolore che l'aveva spinto ad agire, ma ne ha procurato dell'altro, a sè e ad altri.

Nella psicopatia invece l'atto assassino si compie su persone che non ci hanno fatto niente, spesso su persone che neppure si conoscono! E la condizione predisponente non è in un legame con l'altro che ci ha fatto del male, ma una generale assenza di pietà, lo svilimento dell'umanità dell'altro sconosciuto, la sua disumanizzazione, il suo essere per noi niente di più che un oggetto. E' il caso dei serial killer o di questi qui di Erba. Parliamoci chiaro, questi qua secondo me se non fossero riusciti con i vicini, se la sarebbero presa col salumiere sotto casa, se soltanto fossero riusciti a convincersi che quello lì li infastidiva.
Erano queste differenze che volevo sottolineare fra odio e psicopatia. Il primo, paradossalmente, è ancora "umano", la seconda è disumana e disumanizzante.
Non so se sono riuscita a spiegarmi. Spero di ritornarci su. :)

2
13 Gen 2007
alle 16:27

albatros

ciao,
non essendo uno psicologo posso solo esprimere una testimonianza. Mentre capisco cio' che ha scritto Galimberti e capisco anche la tua obiezione sull'aspetto razionale dell'atto che ovviamente prescinde dall'irrazionalita' del movente come della valutazione delle conseguenze.... (sembra anche a me che surrettiziamente si tenda sempre a confinare il male nella sfera dell'irrazionale, quasi che la civilta' tecnologica si sia costruita un'etica del razionale...), non comprendo la tua sfumatura del termine "odio"... A me sembra che il significato della parola "odio" sia univoco e che l'atto in questione basti abbondantemente a giustificarne l'uso. Non e' ovviamente l'"odio" di Catullo o dei feuilletons rosa..., ne' l'odio adolescenziale verso i genitori. E' l'odio che si ha verso chi e' diverso da noi, che si percepisce come una minaccia al nostro mondo e che presuppone, con diversa intensita', indifferenza nei confronti della sua cattiva sorte.

1
12 Gen 2007
alle 20:08

inyqua

Concordo con te: questa mania di prendersela 'coi giovani d'oggi' è una roba che mi puzza di muffa...così come quei presunti psicoterapeuti (sic) che cercano di addossare i problemi dei giovani alla dissoluzione della figura paterna. A me invece questi giovani padri odierni mi piacciono: mi piace che siano più accoglienti e comprensivi e ricordo con apprensione le figure 'maschie' che secondo alcuni farebbero così bene ai bambini, e che invece suscitavano odi feroci verso la propria componente maschile....
Certo che la psicopatia è sempre esistita...e credo che sempre esisterà....ora forse guardiamo nel baratro più approfonditamente, ma a chi parla di terrori odierni rammenterei che la vita di un uomo delle caverne non era certo meno stressante, anzi!

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