Conversazioni di psicologia contemporanea
L’anoressia come disturbo del comportamento alimentare, si nutre primariamente dell’insoddisfazione per la propria immagine corporea. Esistono evidenze di natura neuropsicologica, endocrinologica, genetica, cognitiva e relazionale che possono spiegare in parte l’emersione e il mantenimento del disturbo a livello individuale, ma il fattore di rischio costituito dall’atteggiamento socioculturale non riceve smentite: società che enfatizzino la desiderabilità sociale della magrezza, l’equivalenza magro=bello e promuovano un’ideale irrealistico di corpo sono società nelle quali il disturbo si intensifica e diffonde.
Ecco dunque che una battaglia sulle passerelle dell’alta moda e la petizione del Sun contro le modelle anoressiche è una strada non banale da percorrere per affrontare il problema.
Per comprendere appieno la rilevanza dei fattori socioculturali credo che un angolo visuale privilegiato sia costituito dalle ricerche transculturali, di cui vorrei fornire una rapidissima panoramica.
Ex Unione Sovietica. Bilukha and Utermolen (2002) hanno notato che l’accresciuto accesso a fonti mediatiche americane, che promuovono la magrezza attraverso diete ed esercizi è duplicato, con un aumento dell’insoddisfazione per l’immagine corporea, in paesi dell’ex Unione sovietica come l’Ucraina.
Becker (2004) ha dimostrato che l’introduzione della televisione alle isole Fiji nel 1995 è correlata con l’aumento dei punteggi ai test che indicano la predisposizione a sviluppare disturbi alimentari. Nel 1998 il 74% delle ragazze riportava la convinzione di essere “troppo grassa” almeno “qualche volta”. Quelle che guardavano la tv almeno 3 sere a settimana avevano il 50% in più di probabilità di concepirsi come troppo grasse e il 30% di probabilità in più di essere a dieta, sebbene non fossero più soprappeso delle altre.
I disordini alimentari ad Hong Kong, Taiwan e Cina erano ritenuti rari o non esistenti. Ma una ricerca di Luo, Parish & Laumann (2005) ha scoperto che da quando la Cina è diventata più aperta all’occidente, anche in Cina si stanno diffondendo ideali di magrezza con conseguenze negative per le donne.
Swami and Tovee (2005) hanno comparato le preferenze di immagine corporea in gruppi di donne che vivevano in Malesia e Gran Bretagna. Cinque sottogruppi riflettevano un gradiente di sviluppo socioeconomico: dai paesi industrializzati (Inghilterra e Kuala Lumpur), a semi-industrializzati (Kota Kinabalu) a rurali (i villaggi di Kota Kinabalu). I ricercatori hanno rilevato come nei gruppi industrializzati, e quindi maggiormente esposti ai valori occidentali, esisteva un tasso maggiore di disordini alimentari rispetto agli abitanti delle zone rurali, benchè ne condividessero la cultura tradizionale.
In Medio Oriente uno studio cross-culturale condotto in Israele su gruppi di subcultura ebraica e araba ha evidenziato che la maggiorparte dei gruppi di adolescenti mostrano un’ attitudine all’insoddisfazione per la propria immagine corporea comparabile a quella riscontrabili negli Stati Uniti. (Safir, Flaisher-Kellner & Rosenmann, 2005).
Katzman et al. (2004) notarono che nell’Isola caraibica di Curacao i disordini dell’alimentazione erano individuabili solo nella minoranza bianca. Nessuna evidenza di patologia alimentare fu riscontrata nella maggioranza nera dell’isola. I bianchi di Curacao tipicamente aderiscono a standard di bellezza occidentali, contrariamente ai neri che preferiscono una dimensione del corpo più “ampia”.
In nazioni africane come l’Uganda e la Nigeria, dove le donne in carne e pesanti sono giudicate ideali, le donne hanno meno probabilità di sviluppare un disturbo alimentare. (Balogun, Okonofua & Balogun, 1992 ). Al contrario in Sud Africa i disturbi dell’immagine corporea e alimentari non sono dominio esclusivo delle sudafricane caucasiche, ma sono comuni anche fra le adolescenti nere (Le Grange et al. 1998).
In Giappone tradizionalmente gli standard di bellezza promuovono una figura più magra e più piccola di quanto accada nelle culture accidentali. Pike & Borovoy (2005) sebbene sottolineino i limiti del modello di “occidentalizzazione” come spiegazione dell’incremento dei disturbi alimentari in Giappone, concordano nel ritenere che l’atteggiamento culturale nei confronti del peso e dell’aspetto siano alla base della diffusione del fenomeno, benchè siano ravvisabili altre motivazioni specificatamente relative alla società giapponese.
Insomma esistono sufficienti evidenze, al di là di aprioristiche e bigotte campagne di moralizzazione, per ritenere che un cambio di rotta culturale possa aiutare concretamente a ridimensionare questo allarmante fenomeno.
Fonte | Body Image Actitude amongst Maori and Paheka females
Sì, speriamo, ma non devono essere soltanto prese di posizione di facciata e in secondo luogo non andrebbero limitate alla magrezza. Urgerebbe un ripensamento generale sull' importanza dell'immagine come criterio di selezione, inclusione o esclusione delle persone!
Capisco benissimo quello che dici Alberto. Purtroppo una persona anoressica non vede nient'altro che il suo corpo troppo largo, non importa chi gli dice l'incontrario.
È uno di quei disturbi che ha le sue basi anche nella cultura della società, per cui è inutile tendere ad aiutare solo le persone che già ne soffrono, c'è bisogno di agire a livello sociale, per cambiare l'ideale dell'immagine corporea e proporne una più realistica. Il disturbo è anche della società, non solo della persona.
Spero che l'Italia proseguirà in questo senso.
Non è certo stato la causa prima, il vaso stava già traboccando. Ma quando ricordo la fine della mia penultima relazione con una ragazza, mi torna in mente un vasettino con un po' di tiramisù.
Era la notte di capodanno, e stavamo festeggiando a mò di 'due cuori e una capanna'. Avevo preparato un po' di dolce, lei non ne mangiava mai per paura della linea, ma ho pensato 'è l'ultimo dell'anno, bando ai problemi'. Non è stato così. Ho insistito, abbiamo litigato.
Pensa che per un bel po' di tempo, ripensando a quell'episodio, mi son dato 'la colpa' di non essere riuscito a 'dimostrarle che lei mi piaceva davvero tanto così com'era' e non me ne fregava niente se c'erano chili in più (che vedeva, poi, solo lei).
Ho capito, e accettato, solo dopo qualche mese, che io non ero uno 'specchio distorto' per lei. Non ero proprio uno specchio. L'importanza che dava lei al suo peso era enormemente più grande rispetto a qualsiasi cosa io dicessi.
alle 21:23
Darkgianlu
Forse servirebbe una rivoluzione radicale dell'intera società... Cmq, a proposito di quello che hai detto, non so se hai visto il servizio di Striscia la Notizia di ieri ed oggi. Faranno l'ultima parte domani, ti consiglio di vederlo...