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La psicologia è un cumulo di ovvietà?

Giulietta Capacchione avatar Martedì 21 Agosto 2007, 17:56 in Psicologia cognitiva di Giulietta Capacchione
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Tom Stafford di Mind Hacks ha scritto una bella riflessione su The Psychologist in risposta alle accuse, parecchio diffuse, di ovvietà e mero buon senso insite nella ricerca psicologica.

Lo traduco a beneficio dei critici e di quegli psicologi che credono e lavorano seriamente per far progredire questa disciplina.

 

"E’ davvero così ovvio che le persone possono divertirsi di più a fare un compito se sono state pagate di meno nell' essere reclutate? (dissonanza cognitiva: Festinger & Carlsmith, 1959)? Che una soluzione salina può essere efficace quanto la morfina nel combattere il dolore (effetto placebo: Hrobjartsson, 2001)? Che avvisare alcuni studenti che il bere eccessivo pone molti dei loro coetanei a rischio conduce a bere di più, mentre comunicare loro che la maggiorparte degli studenti non beve o beve con moderazione è la cosa che attualmente riduce di più il comportamento del bere? (Perkins et al., 2005)? Che oltre un terzo delle persone normali riporta di avere allucinazioni, cosa che normalmente si sperimenta solo nel disturbo mentale o con l’abuso di sostanze (Ohayon, 2000)? O che la maggiorparte di normalissimi americani può essere persuasa a dare una scarica elettrica mortale a qualcuno soltanto se gli viene richiesto da uno scienziato con un camice bianco? (Milgram, 1974)? […]


Dire “l’avrei potuto dire io” dopo è molto più facile che dirlo per primo. (Vedi l'hindsight bias n.d.R.).
Come le invenzioni, i migliori risultati della ricerca psicologica sono ovvi dopo che sono stati scoperti, sicuramente non erano così ovvi prima.

La maggiorparte di noi condivide una distorsione cognitiva comune che ha la forma dell’illusione della profondità esplicativa. In altre parole confondiamo la nostra familiarità con una situazione con la comprensione di come “funziona”.

 

Rozenblit and Keil (2002) lo hanno dimostrato chiedendo ad alcune persone quanto sapessero di certi comuni dispositivi (come lo sciacquone del bagno, una cerniera o una serratura a cilindro) e poi chiedendo di descrivere come funzionavano.

L’autovalutazione delle persone sulla propria conoscenza è crollata appena sono state costrette a confrontarsi con la loro ignoranza. Quando sono state fatte domande dettagliate sui dispositivi la loro autovalutazione è crollata ancora più in basso.  

Possiamo ipotizzare che se avessimo chiesto qualcos’altro (tipo di assemblare i dispositivi a partire dalle parti che li compongono) le persone avrebbero capito di non conoscere realmente questi comunissimi oggetti come pensavano.

Forse allo stesso modo la gente non si rende  conto di quanto sia difficile esprimere previsioni  psicologiche prima di verificarle.

Alcuni ricercatori lo hanno sperimentato chiedendo in anticipo alle persone che cosa si aspettavano.

Milgram lo fece nei suoi esperimenti sull’obbedienza all’autorità.

Descrisse la procedura a psichiatri e a persone comuni e chiese le loro predizioni. Entrambi i gruppi furono molto inaccurati nel prevedere che poche persone si sarebbero opposte all’autorità e che la maggioranza di esse invece sarebbe andata avanti verso i massimi livelli di shock ( gli psichiatri andarono peggio) (Milgram, 1974).

In un altro studio fu verificato che era più probabile che fossero “clacsonati”, se si attardavano dopo che era scattato il verde, gli automobilisti in utilitaria: un risultato in aperto contrasto con l’opinione degli intervistati (maschi) che avevano previsto che sarebbero stati “clacsonati” di più gli automobilisti in  auto prestigiose rispetto a quelli in utilitaria. (Doob & Gross, 1968).

 

Le credenze di tutti i giorni delle persone sono assunti piuttosto traballanti per la scienza psicologica. La ricerca ha dimostrato che la gente è perfettamente in grado di sostenere affermazioni contraddittorie; ad esempio “la lontananza è come il vento, alimenta i fuochi grandi” può essere visto come una verità ovvia almeno tanto quanto “lontano dagli occhi lontano dal cuore”.(Teigen, 1986).

E’ stato sostenuto che la maggiorparte delle credenze popolari sono false. (Kohn, 1990). Questo non dovrebbe sorprenderci se considerato alla luce delle credenze popolari del passato e di quanto ci sembrino ridicole oggi (per esempio la nozione, popolare in certe parti dell’Europa durante il 14esimo secolo, secondo cui la Morte Nera (la peste bubbonica) era causata dalla moda di indossare scarpe a punta (Hecker, 1844).
Molte moderne credenze sono state confutate o almeno messe in discussione dagli psicologi.

Per esempio  c’è un detto americano che afferma che far lavorare gli adolescenti durante il liceo sia formativo per il carattere e in generale una cosa positiva.
La ricerca ha dimostrato che lavorare durante il liceo peggiora la resa universitaria dei ragazzi. Lavorare sembra inoltre rendere gli adolescenti cinici rispetto al valore del lavoro duro e promuove, piuttosto che scongiurare, alcune forme di comportamento delinquenziale. (Steinberg et al., 1993; Greenberger & Steinberg, 1986).  

La maggiorparte della ricerca psicologica è scienza normale  secondo Kuhn, è ciò che succede fra le rivoluzioni scientifiche: il monotono processo di conferma di ciò che pensiamo sia probabilmente vero e la disconferma di ciò che crediamo non lo sia. (Kuhn, 1962)
Ma in rari casi c’è un risultato insolito, qualcosa che credevamo fosse ovvio non lo è, ed è attraverso queste anomalie, dice  Kuhn, che la scienza progredisce.
Dobbiamo testare un sacco di affermazioni che sembrano ovvie prima di trovare la porta di una scoperta divergente e la situazione rivelarsi più complessa di quanto pensavamo.
Molte delle attività della scienza normale sono essenziali e coinvolgono, delineandola, l’esatta forma di un fenomeno, determinando la sua ampiezza, la sua sfera di influenza e i limiti dei suoi effetti. Questo tipo di aggiunta incrementale alla montagna della conoscenza non è chiaramente apprezzabile, soprattutto se i media riportano i risultati dello studio piuttosto che il motivo per cui ce n’era bisogno o è nuovo.

La maggiorparte della psicologia può essere ovvia o almeno passibile di essere giudicata come senza valore retrospettivamente. Ma forse questa maggioranza deve esistere così che la minoranza del non-ovvio, possa emergere.

Theodore Sturgeon stava generalizzando questo quando disse la famosa frase “il 90% di ogni cosa è merda”. Il punto è che il 90% della ricerca psicologica potrebbe essere senza valore, ma è generata dagli stessi processi che creano quel valido 10%.

I singoli lettori possono decidere da sé cosa è di valore e cosa non lo è, ma il punto essenziale rimane che non è possibile giudicarlo in partenza.

Non è possibile per nessuno individuo singolo giudicare sul proprio e il setaccio collaborativo dei risultati, dei metodi e delle teorie costituisce il più ampio processo della scienza.  .

 Tradotto liberamente da | Obvious? di Tom Stafford 

14
14 commenti
14
23 Ago 2007
alle 23:59

Paola

Molto interessante. :)

E' divertente sentir parlare della psicologia come un qualcosa che si può imparare raccogliendo i "20comodi fascicoli dell'audio-videocorso in uscita ogni mercoledì in edicola, e con il primo numero il pendolino per ipnotizzare di Freud!".

Come dire...

una volta che ho capito che se un masso di 30Kg crollasse sulla mia testa probabilmente mi ucciderebbe, ho avuto la laurea in medicina!

13
23 Ago 2007
alle 17:01

raniero

ho letto l'articolo:  interessante ed anche un po' stimolante (soggettivamente parlando). grazie

ho letto i commenti e le risposte : mamma mia mi stupisco sempre di più sulla complessità delle persone nei loro lati positivi e negativi .

Un saluto speciale. 

12
23 Ago 2007
alle 13:02

Giulietta

Ho capito :D

11
23 Ago 2007
alle 11:24

Marcoz

"Marcoz che la ricerca psicologica è una cosa che possa fare chiunque, oltre che essere ingeneroso, è falso."

Ma io sono d'accordo (per quanto ci possa capire). Vedi, a me càpita di progettare marchi, a volte…

10
23 Ago 2007
alle 11:09

Giulietta

Marcoz che la ricerca psicologica è una cosa che possa fare chiunque, oltre che essere ingeneroso, è falso.
Questo blog dà spesso conto dell'ingegnosità di moltissime ricerche, inoltre è una ricerca che non costa cifre esorbitanti e può avere ricadute importantissime sulla società.
Pensiamo a quanto spendono l'astronomia o l'ingegneria aerospaziale. Qualcuno potrebbe obiettare che di sapere se c'è acqua su Marte non ce ne importa una beata fava. Eppure i milioni di dollari che si spendono non scandalizzano nessuno...

9
23 Ago 2007
alle 10:56

Marcoz

Il tutto mi sembra analogo al progetto di un marchio che alla fine dello studio risulta essere un segno di semplice fattura. Tanto che i più si chiedono come possa costare tot euro una cosa che avrebbe potuto fare chiunque…

Saluti 

8
22 Ago 2007
alle 15:31

Ivo Silvestro

In tutta onestà preferisco questa lineare banalità della psicologia all' Ufficio Complicazioni Affari Semplici della filosofia! :D

Touché 

7
22 Ago 2007
alle 12:54

Giulietta

Caro Ivo, in tutta onestà preferisco questa lineare banalità della psicologia all' Ufficio Complicazioni Affari Semplici della filosofia! :D

Ciao Riccardo, forse è colpa più degli psicologi che non riescono a far capire che diavolo fanno.
Vaugan Bell mi ha fatto ridere sul suo blog. Dice "se quando dite che siete psicologi, qualcuno vi chiede se riuscite a leggergli nel pensiero, rispondete "qualche volta"." :D

6
21 Ago 2007
alle 21:10

Riccardo

Grazie per l'articolo... un argomento interessante, contro il quale molto spesso ci si ritrova a combattere in lunghissime discussioni.

5
21 Ago 2007
alle 20:15

Ivo Silvestro

Ovviamente l'articolo di Stafford è pieno di ovvietà, il che conferma la tesi che la psicologia è essenzialmente affermare cose banali ;-) 

4
21 Ago 2007
alle 20:03

andrea

Bravo Andrea, l'avevo letto!

e infatti lo segnalavo "ai tuoi lettori" mica a te :D

credo che esistano alcune attività "internettiane" che possono diventare compulsive

a me pare che l'articolo questo non lo neghi, anzi (forse è una questione di sfumature). Mi pare che Vaughan Bell sostenga l'assurdià della generica definizione di internet addiction e ammetta che specifiche attività in internet possano risultare compulsive.

Ciao!

3
21 Ago 2007
alle 19:39

hertz

articolo interessante.
grazie.

2
21 Ago 2007
alle 19:16

Giulietta

Bravo Andrea, l'avevo letto! Eppure sebbene lo apprezzi in alcuni punti non lo condivido completamente. Se l'internet addiction non esiste, credo che esistano alcune attività "internettiane" che possono diventare compulsive. Ci torneremo. :D

Ci sono almeno 25 post di MindHacks che vorrei riportare qui. Spero di trovare il tempo.  :D

Abbracci

1
21 Ago 2007
alle 18:47

andrea

A proposito di Mind Hacks e di apparenti ovvietà (che invece è bene affermare) segnalo ai tuoi lettori un recente articolo in cui si afferma quanto sia privo di senso parlare di "dipendenza da internet"...
http://www.mindhacks.com/blog/2007/08/why_there_is_no_such.html

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