Conversazioni di psicologia contemporanea
Merel Krijn e colleghi dell’Università di Amsterdam hanno pubblicato uno studio su Behaviour Research and Therapy in cui viene indagata l’efficacia della realtà virtuale nel curare le fobie specifiche e in particolare la fobia dell’altezza o acrofobia.
Nella “virtual reality exposure therapy” (VRET) i pazienti tipicamente indossano un casco con un display che consente l’immersione in una situazione ambientale simulata.
Il terapeuta può variare tutti i parametri della situazione virtuale per modularla sullo specifico paziente, con riferimento alle sue reazioni e a seconda dei suoi progressi.
Questo tipo di tecnica psicoterapeutica si basa sull’assunto che le persone immerse nella realtà virtuale sperimentino “presenza”.
La “presenza” è definita come uno stato psicologico o una percezione soggettiva nella quale, anche se alcune parti dell’attuale esperienza dell’individuo sono generate da/o filtrate attraverso la tecnologia, la percezione dell’individuo fallisce nel riconoscere accuratamente il ruolo della tecnologia nell’esperienza.
Eccetto casi estremi, l’individuo è pienamente consapevole del fatto che sta usando la tecnologia, ma a “qualche livello” e “in qualche misura” le sue percezioni superano questa consapevolezza e gli oggetti, gli eventi, le entità e gli ambienti virtuali sono percepiti come se la tecnologia non fosse coinvolta nell’esperienza.
I risultati dell’applicazione di questo metodo alla paura dell’altezza si sono rivelati incoraggianti. Il protocollo si è dimostrato efficace rispetto all’assenza di trattamento e i progressi ottenuti si mantengono a distanza di sei mesi. L’efficacia è comparabile a quella ottenuta con l’esposizione in vivo, ossia portando fisicamente il paziente in un luogo ad altezza elevata.
Gli autori suggeriscono però che non per tutti i pazienti sia possibile utilizzare questo tipo di metodo, che ha il vantaggio di essere economico e molto flessibile.
Coloro che hanno delle complicanze psicopatologiche ulteriori, che si associano alla paura dell’altezza, potrebbero sperimentare meno “presenza” e/o più ansia in un ambiente virtuale, con esiti terapeutici incerti.
Abstract | Treatment of acrophobia in virtual reality: The role of immersion and presence
Approfondimento | Per chi fosse interessato alla realtà virtuale in psicoterapia segnalo il sito del Progetto VRET
Cliccate l'immagine per ingrandirla, avrete, secondo me, una buona approssimazione della percezione di un acrofobico.
Non che voglia mettere in dubbio le tue parole, cara Giulietta, più che altro metto in dubbio (da leggere: non capisco, senza associare nient'altro) la percezione della paura di alcune persone. Ho sempre creduto che la paura dell'altezza derivasse anche dalla paura di poter cadere, ovvero fosse una forma di salvaguardia da un danneggiamento fisico, reale, non psicologico. Cercare di guarire sperimentando l'altezza in un luogo nel quale questa paura non c'è mi sembra inutil.
Come dire.. a quanto pare mi sbagliavo ;)
Ciao!
alle 23:09
Giulietta
Caro Valerio, non ti sbagli, ma sottovaluti il potere della realtà virtuale.
In teoria, ripeto in teoria, il tutto funzionerebbe perchè le persone la paura la percepiscono eccome, in virtù di quello che abbiamo chiamato "presenza" nella quale la percezione dell’individuo fallisce nel riconoscere accuratamente il ruolo della tecnologia nell’esperienza.
In altri termini, hai ragione nel dire che seduti in una stanza non c'è pericolo reale di cadere, ma i nostri pazienti non sono in una stanza....essi sono (percettivamente e soggettivamente) in cima a un grattacielo! :- )