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Dal terrore alla gioia: come la nostra mente si difende dal pensiero della morte.

Giulietta Capacchione avatar Martedì 15 Gennaio 2008, 00:39 in Psicologia cognitiva di Giulietta Capacchione
klimt_vita_e_morte.jpg

In molti fra filosofi e scienziati si sono interessati di come la mente umana processa l’inevitabilità della morte, sia cognitivamente che emotivamente. A ben guardare, di fronte a un tale abisso di ignoto, dovremmo essere paralizzati dal terrore e dalla paura, l’idea della scomparsa di una persona a noi cara o di noi stessi dovrebbe devastarci a tal punto da impedirci di vivere. Eppure questo non succede. Come è possibile?
Gli psicologi hanno qualche idea di come fronteggiamo questa paura primigenia ed esistenziale. L’hanno chiamata “terror management theory” e sostiene sostanzialmente che la mente ha sviluppato dei processi automatici e inconsci che proteggono il nostro io consapevole dal pensiero dell’annichilimento definitivo e ci consentono di pensare alla morte senza esserne sopraffatti.
Nathan DeWall della University of Kentucky e Roy Baumeister della Florida State University hanno provato a portare questa teoria in laboratorio per testarla e verificarne la fondatezza. Uno dei tre esperimenti condotti è consistito nel suggerire ai soggetti di pensare a cosa succede fisicamente quando si muore e di immaginare cosa potrebbe significare essere morti. In alternativa è stato chiesto di immaginare di perdere qualcuno di molto caro.
Dopo che i volontari sono stati “impensieriti” da contenuti di morte, sono stati invitati a completare una serie di test cosiddetti “di completamento di parole”, disegnati per pescare fra emozioni inconsce.
Si presenta ad esempio la radice della parola “jo_” e si chiede ai soggetti di completarla per formare una parola di senso compiuto.
“Jo_” in inglese può essere completata con una parola neutra come “job” (lavoro) o “jog” (corsa) oppure con una parola emotivamente connotata come “joy” (gioia).
I risultati dello studio, come riportato nel numero di novembre di Psychological Science, hanno evidenziato che i volontari a cui era stato fatto pensare alla morte erano molto più propensi dei soggetti di controllo a citare associazioni emotive positive piuttosto che neutrali o negative. In altre parole completavano con “gioia” significativamente più degli altri.
Questo suggerisce l’innestarsi di una sorta di attivazione specifica di contenuti positivi e informazioni piacevoli che il cervello mette in atto per controbilanciare i pensieri di morte e consentirci di gestirne l’incommensurabile e incomprensibile minaccia.

Ci ho pensato un po’ a riportare questo studio anche se mi piaceva molto, perché non volevo turbarvi con un argomento così poco allegro. Poi mi son detta che, se è vero ciò che vi si afferma, la vostra mente in pochi secondi vi avrà difeso da quello che avete appena letto.

Abstract | From Terror to Joy: Automatic Tuning to Positive Affective Information Following Mortality Salience
Immagine | “Vita e morte” Gustav Klimt (1915) olio su tela; 178 x 198  Collezione privata

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4 commenti
4
05 Feb 2008
alle 16:12

Bianca

Hallo! Cercavo... me stessa su google e ho visto la mia lettera qui, tra l'altro il prof. ha trovato l'argomento molto attuale visto che è stata la lettera del giorno sul forum.


Ciao!
Bianca

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17 Gen 2008
alle 00:05

Geppetto

Il Prof. Veronesi (l'oncologo) scrisse poche settimane fa che la morte e la malattia sono cose, a ben pensarci, tra le piu' naturali. Puo' essere semplicemente il tabu' della morte nella civilta' 'moderna' a creare tutto 'sto terrore verso tale argomento?

 

Bianca Mereu - Amsterdam Venerdì, 09 Novembre 2007
Il cancro spiegato ai più piccoli

Gent.le professor Veronesi,
si può in parole semplici spiegare a una bambina di otto anni che cos'è il cancro?!
Confesso che la domanda mi ha spiazzato: una sua zia ne è stata colpita e purtroppo attraversa una frase critica.
Anche perché sono seguite altre domande (la bambina è molto intelligente e sensibile) sul fatto che è scattato in lei il collegamento con l'idea della morte; la vedo provata, poiché è molto legata a questa parente.
C'è un modo di risponderle senza turbarla ulteriormente?

Cordiali saluti.
Risposta Cancro Venerdì, 16 Novembre 2007

Cara Bianca, io penso che non dobbiamo farci problemi ad avvicinare i bambini ai concetti di malattia e morte, Può anche succedere che, proprio perché la loro mente è meno carica di paure, simboli e tabù, essi riescano a arrivare ad un percezione più lucida e serena degli adulti, circa questi concetti che, a ben pensarci, sono quelli più ?naturali? che esistono. Il crimine e la violenza sono contro natura ma la malattia e la morte sono parte integrante della vita. Soprattutto se c?è un?esperienza di malattia vicina è importante parlarne, con i ragazzi e i bambini, senza nascondere la verità come se fosse uno scandalo o un mistero oscuro. Per quanto riguarda il cancro, io le direi semplicemente la verità (ovviamente usando per i termini più specifici similitudini vicino al linguaggio dei bambini): il nostro corpo è fatto di tantissime cellule diverse, che hanno ognuna un compito preciso, seguono un programma di attività in armonia con le altre cellule e nel loro insieme orchestrano la vita del nostro corpo. In alcune di queste però può avvenire un guasto, per cui smettono di funzionare regolarmente, non contribuiscono più al programma armonico generale e mandano ?in tilt? a poco a poco tutto il sistema del nostro organismo. Il corpo cerca di riparare il guasto da solo, ma se non si riesce si instaura la malattia che chiamiamo cancro. Il cancro si cura cercando di asportare le cellule sprogrammate (in sala operatoria e con la radioterapia) e di fare in modo che riprendano a funzionare normalmente. Molte volte queste cure hanno successo e la persona guarisce, altre volte si riesce a fermare la malattia per un certo periodo di tempo più o meno lungo e alcune volte non si riesce, e piano piano il corpo si ?programma? fino ad arrivare alla morte. Il perché del successo dipende dal tipo di guasto iniziale, da quando si scopre la malattia e anche da come ogni corpo reagisce alla cura. Dunque la bimba, se desidera, può essere vicina alla zia e aiutarla con il suo amore e insieme agli altri familiari ad accettare meglio la cura.

2
15 Gen 2008
alle 23:06

Leeonard

anche le carpe muoiono (die...mmh).

Sarebbe possibile ipotizzare che l'idea di morte porta emozioni positive perché l'uomo attiva meccanismi di fuga e di difesa per fronteggiare una minaccia che (dato che non c'è) pare passata porta ad uno stato di benessere?

Un mio vecchio professore diceva sempre <<quando uno guarda il fuoco e dice "ah che bello" è perché in passato l'uomo era felcie di essersi salvato>> 

1
15 Gen 2008
alle 16:37

Riccardo

e te ne siamo grati per l'articolo ;)

Cosa interessante sarebbe vederla sotto il punto evolutivo... E cioè, visto che la consapevolezza della morte non è innata, ma penso si sviluppi dopo i 10 11 anni (almeno a me è successo così), anche i meccanismi di difesa si sviluppano con il tempo...

Ricordo che per me fu un piccolo trauma apprendere il significato della morte come annichilimento eterno di me stesso, e ci volle un po' di tempo (qualche settimana) prima di uscire da una situazione abbastanza difficile, ricordo pure il discorso che risolse il dilemma, parlandone con mio padre, arrivammo alla conclusione del carpe diem e del vivere "etico". 

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