Conversazioni di psicologia contemporanea
Jessica Tracy è una psicologa della British Columbia University che da alcuni anni sta studiando…l’orgoglio.
Nonostante la sua centralità nel comportamento sociale, l’orgoglio è stato poco indagato dalla letteratura psicologica, soprattutto confrontato con altre emozioni complesse e affini come la vergogna o la colpa che, assieme all’imbarazzo, costituiscono il gruppetto delle emozioni “autoriflessive”.
L’orgoglio tradizionalmente è stato considerato un‘ emozione secondaria, separata dalle cosiddette emozioni di base che, si pensa, sono biologicamente fondate e universali.
Diversi ricercatori, fra cui Ekman di cui abbiamo parlato in questo post a proposito delle microespressioni , hanno argomentato che l’orgoglio è un concetto troppo ampio per essere condiderato un costrutto unico e sarebbe meglio considerarlo una “somma” di due o più emozioni distinte.
In realtà alcune recenti ricerche hanno dimostrato che l’orgoglio ha una sua espressione ben precisa, transculturalmente riconoscibile e accuratamente identificata da adulti e bambini.
Questo suggerisce che potrebbe possedere i criteri per essere considerato un’emozione di base.
Senza dubbio ha funzioni adattive molto importanti e gioca un ruolo di primo piano in molti domini del funzionamento psicologico.
Esprimere orgoglio può comunicare agli altri il successo di un individuo, potenziando il suo status sociale, mentre da un punto di vista soggettivo rinforza i comportamenti che lo hanno generato incrementando l’autostima. In particolare i sentimenti di orgoglio rinforzano i comportamenti prosociali come l’altruismo e i comportamenti adattivi come il raggiungimento di un obiettivo o il conseguimento di uno scopo.
La perdita dell’orgoglio o la sua ferita provocano al contrario aggressività e altri comportamenti antisociali, risposta automatica a una minaccia apportata all’Io.
Ma come può la stessa emozione avere esiti così diversi e talvolta antagonisti?
Secondo Tracy il paradosso può essere risolto se si ipotizza che l’orgoglio abbia due facce distinte, una forma prosociale e orientata all’obiettivo e un'altra "presuntuosa" e autoincensante relativa al propro sé globale.
Ma facciamo un passo indietro. L’orgoglio è elicitato quando gli individui dirigono l’attenzione verso di sé, attivano autorappresentazioni e stimano un evento come rilevante per quelle rappresentazioni. Perché si eliciti orgoglio l’evento deve essere congruente con autorappresentazioni positive. Gli individui devono poi fare una serie di attribuzioni causali: l’orgoglio emerge infatti in risposta a un attribuzione interna, ossia quando il sé può essere accreditato come causa predominante dell’evento.
Ebbene una prima forma di orgoglio, alpha o autentico ("Sono orgoglioso di ciò che ho fatto") risulterebbe da attribuzioni a cause interne, instabili e controllabili (“ho vinto perché mi sono allenato”), mentre l’orgoglio “presuntuoso” del sé globale risulterebbe da attribuzioni a cause interne, stabili e incontrollabili (“ho vinto perché sono un grande”).
Più o meno la stessa differenza che passa tra la colpa (in cui ci si focalizza su aspetti negativi del proprio comportamento, quello che è stato fatto o non fatto) e la vergogna (in cui ci si focalizza sugli aspetti negativi del proprio sé, il sé che ha fatto o non fatto quella cosa).
Colpa e vergogna hanno effetti diversi su variabili come l’autostima, l’ottimismo, la depressione, l’ansia e la possibilità di ripetere il comportamento e anche l’orgoglio potrebbe essere concettualizzato allo stesso modo, come emozione bicomponenziale.
La ipotizzata presenza di due facce dell’orgoglio spiegherebbe anche le somiglianze e le differenze tra alti livelli di autostima e narcisismo, due costrutti di personalità che coinvolgono alti livelli di orgoglio, ma sono associate a diversi repertori cognitivi e comportamentali.
Un modo di comprendere queste due dimensioni di personalità è quello di postulare che ciascuna di esse sia guidata da una differente emozione nucleare, una delle due facce dell’orgoglio: l’orgoglio autentico accompagnerebbe e stimolerebbe l’alta auto-stima, mentre l’orgoglio presuntuoso potrebbe essere la base del narcisismo (“sono perfetto, sono sempre perfetto”).
Se a qualcuno interessa approfondire questo complesso e affascinante argomento, di seguito ci sono alcuni riferimenti bibliografici.
Paper originale | The Psychological Structure of Pride: A Tale of Two Facets (pdf)
Abstracts |
The prototypical pride expression: Development of a nonverbal behavior coding system
The nonverbal expression of pride: Evidence for cross-cultural recognition
Can children recognize pride?
Il tuo commento mi sembra esaustivo.
Provo ad interpretare a modo mio, ma non è facile.
L’articolo dice: l’orgoglio genera altruismo e successo che sono comportamenti pro-sociali (idea molto americana) . Migliorarsi genera orgoglio, che a sua volta genera autostima (tu dici, secondo me più propriamente, che orgoglio ed autostima si accompagnano). L’autore afferma che il “vero” orgoglio crea una genuina e profonda autostima (ma questa non dovrebbe originare dall’essere stati accettati e amati da piccoli?). Ma esiste anche l’orgoglio presuntuoso, che porta a conflitti.
Mi sembra che ciò che individua la divergenza tra i due significati di orgoglio sia il tempo.
L’orgoglio come presunzione si pone a valle dell’evento che si provoca, e si sostanzia nel fatto di non accettare le osservazioni di altri, che affermano che l’evento abbia avuto implicazioni negative sulla realtà: la sua origine è il porre se stessi come sola misura della realtà.
L’orgoglio come desiderio di ben figurare per consolidare la propria autostima si pone invece a monte dell’evento che si provoca, e porta ad impegnarsi per avere effetti sulla realtà percepiti come positivi dagli altri.
Direi che in effetti la percezione degli eventi da parte degli altri nel primo caso è concretamente insignificante, tanto per il reale condiviso (che non si è ancora avverato), quanto per la percezione di sé che ha l’orgoglioso: in questa fase i due significati di orgoglio potrebbero anche coincidere.
Nel secondo caso, invece si potrebbe creare uno scollamento tra il reale (o meglio gli aspetti del reale che gli altri ritengono rilevanti) e il vissuto (o meglio ciò che percepisce come rilevante l’orgoglioso).
L’autore ritiene che sia questo secondo orgoglio ad essere il vero orgoglio, peraltro più difficile da inverare, perché è “legittimo” solo quando più distinte valutazioni della realtà coincidono; il primo, viceversa, è (o sarebbe) solo un meccanismo che protegge il narcisismo del soggetto (ma potrebbe anche semplicemente proteggere dai rompiscatole :-), questione di misura).
alle 23:10
Arturo Sica
Forse, semplificando, la questione si può ricondurre all'uso proprio dei termini, due: "amor proprio" e "presunzione" e, dunque, ai correlati significati che riconoscono da sempre nel linguaggio. Il primo è alimento della stima di sé, ma, tutto sommato, ne è sinonimo, e discende dal "conoscersi" con atteggiamento tollerante, attraverso una auto sperimentazione disponibile. Il secondo ha il significato di un'"assunzione" preconcetta (prae- assumere) e non disponibile alla verifica, pertanto di carattere difensivo (e quindi segno di incertezza). Un po' come distinguere tra "amore" (frutto di conoscenza) e "innamoramento" (frutto di prima impressione)...