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Perché quando abbiamo paura facciamo proprio quella faccia?

Giulietta Capacchione avatar Lunedì 16 Giugno 2008, 22:58 in Psicologia cognitiva di Giulietta Capacchione
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Su Nature Neuroscience è stata pubblicata una ricerca a firma del neurologo Joshua Susskind dell'Università di Toronto secondo la quale l’espressione facciale della paura non sarebbe semplicemente una configurazione muscolare arbitraria con scopo comunicativo, ma avrebbe un obiettivo ancor più specifico selezionato dall’evoluzione: modificare l’interfaccia sensoriale del nostro organismo con il mondo esterno.
In altre parole l’espressione di paura che ci si dipinge sul volto quando siamo spaventati ci permetterebbe di affrontare la minaccia percepita incrementando il campo visivo totale, rendendo gli occhi capaci di movimenti più rapidi e dando loro la possibilità di intercettare stimoli periferici. Il naso allargherebbe invece il suo calibro aumentando la velocità e il volume del respiro inalato, con una conseguente maggiore ossigenazione del cervello.
I ricercatori hanno chiesto ai loro soliti studenti di osservare a video esempi di volti di 8 individui (4 maschi e 4 femmine) che mostravano sei differenti espressioni facciali (rabbia, disgusto, paura, felicità, tristezza e sorpresa).
Dopo l'identificazione delle varie espressioni è stato chiesto ai partecipanti di mimarle con la faccia. E’ stato valutata quindi la capacità di vedere stimoli alla periferia del  campo visivo e sono stati tracciati i  movimenti oculari dei soggetti. Con una mascherina è stata infine misurata la velocità del respiro attraverso il naso e registrato il volume dell’aria inalata ogni minuto.
I ricercatori hanno verificato con questo metodo le conseguenze fisiologiche anche di un’altra espressione molto particolare, quella del disgusto, la quale sembra avere una funzione uguale e contraria a quella della paura: ridurre le capacità percettive per difenderci dall’odore o dalla vista di cose ripugnanti. Il disgusto infatti diminuisce il calibro nasale e riduce il campo visivo.
L’ipotesi che le espressioni facciali abbiano un’utilità biologica era stata già proposta da Darwin nel 1872. Lo scienziato osservò infatti che molte espressioni facciali erano simili in diverse culture umane e nel regno animale e pertanto potevano essere portatrici di un beneficio evolutivo comune. 
Naturalmente se questo fosse vero si aprirebbe la strada allo studio dei significati fisiologici e non solo comunicativi di tutte le altre espressioni facciali.
Il sorriso con i denti in vista per esempio è stato ritenuto un segnale comunicativo di tipo pacificatorio poiché mette in evidenza l'assenza di qualsiasi mezzo di offesa, ma fisiologicamente che significato potrebbe avere? E la bocca a forma di O nella sorpresa?
E’ possibile d’altra parte che solo alcune espressioni facciali e non altre abbiano questa ulteriore utilità fisiologica.
Un limite di questa ricerca potrebbe risiedere nel fatto che la simulazione volontaria di un’espressione potrebbe essere diversa da un’espressione vera. Qualcuno ricorderà per esempio che esiste una differenza fra sorriso simulato e sorriso autentico. Per produrli vengono attivati pattern muscolari differenti, tanto differenti che il sorriso autentico ha un nome tutto suo: "Sorriso Duchenne", dal nome del neurologo francese
che lo ha scoperto.
Inoltre non è dimostrato, benchè sia plausibile, che in condizioni di minaccia un individuo sia concretamente avvantaggiato dall’ampliamento del campo visivo o dall’accresciuto volume del respiro.

Abstract | Expressing fear enhances sensory acquisition

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