Essere esclusi dagli altri fa sentire freddo. Letteralmente.
Pubblicato da Giulietta Capacchione alle 14:52 in Psicologia cognitiva
Veramente stupenda la ricerca di cui vi parlo oggi. Per l’eleganza della conduzione e per le varie implicazioni che possiede. E’ stata condotta dagli psicologi Bo Zhong e Geoffrey Leonardelli della Rotman School of Management dell’ Università di Toronto e pubblicata su Psychological Science di settembre.
Nel primo esperimento i due ricercatori hanno diviso 65 soggetti in due gruppi e hanno chiesto loro di ricordare o un’esperienza personale di esclusione sociale, una situazione in cui si erano sentiti rifiutati o esclusi e avevano provato una sensazione di solitudine e di isolamento, oppure un momento in cui si erano sentiti accettati dal gruppo.
Hanno poi chiesto a tutti di stimare la temperatura della stanza in cui si trovavano, col pretesto che il personale che si occupa della manutenzione dello stabile avesse necessità di questa informazione.
L’analisi di queste stime ha evidenziato che coloro che avevano ricordato un’esperienza di esclusione sociale stimavano la temperatura della stanza come inferiore, in altre parole sentivano più freddo.
Nel secondo esperimento i ricercatori hanno provato a far sperimentare una situazione di esclusione sociale “in diretta” a 52 nuovi soggetti. Li hanno fatti giocare a un videogame interattivo che simulava un gioco di passaggi di palla fra diverse persone. Ad alcuni dei partecipanti questa palla arrivava spesso e loro potevano partecipare attivamente al gioco, ad altri la palla non arrivava mai o arrivava molto raramente, come se ci fosse un esplicito ostracismo nei loro confronti.
Alla fine del gioco i ricercatori hanno chiesto a tutti di stimare la desiderabilità e l’appetibilità di 4 fra cibi e bevande, due caldi e due freddi. E’stato così possibile osservare che le persone che erano state escluse dal gioco virtuale stimavano più desiderabili e/o appetibili le bevande calde.
La ricerca si inserisce nel fecondo filone degli studi sulla embodied cognition, la cognizione incarnata, e testimonia efficacemente il mirabile e sofisticato rapporto tra la mente e il corpo. Entità distinte e distinguibili solo per ragioni didascaliche, ma mai realmente scindibili nella sostanza.
In questa ricerca, una percezione (non mi passano la palla), un sentimento (mi sento escluso e solo) e un pensiero (mi stanno attivamente escludendo) diventano (e sono da sempre) carne e sangue, corpo, un corpo “freddo”.
Un ‘esperienza eminentemente psicologica come l’esclusione sociale diventa percezione fisica e la percezione fisica è già parte integrante dell’esperienza psicologica.
A ritroso, ma analogamente, uno status del corpo si traduce in una necessità psicofisica e poi in un processo psicologico: il mio corpo ha freddo --- il mio corpo vuole riscaldarsi----io trovo più gradevoli i cibi caldi. L’appetibilità temporanea di cibi caldi è una vera e propria strategia di fronteggiamento del freddo fisico e psicologico dell’esclusione sociale.
Ma ci sono altre implicazioni interessanti in questa ricerca. Essa getta infatti una luce chiara e definitiva sull’origine di certe metafore linguistiche, anch’ esse profondamente radicate nel corpo.
Perché quando incontriamo una persona poco socievole o distanziante diciamo che è “fredda” e non che è “sporca” per esempio? E al contrario le persone socievoli e “avvolgenti” sono “calorose”?
Perché non è mai casuale la scelta di un’espressione linguistica, perché anche il linguaggio rappresenta la fine intuizione che abbiamo di quello che ci accade dentro.
Certe persone sono “fredde” perché ci fanno sentire freddo. Letteralmente.
Gli autori dello studio vanno ancora oltre, riflettono sul Disturbo Affettivo Stagionale, quella depressione che raggiunge il suo picco nei mesi invernali e migliora con i primi soli. Si è sempre pensato che questo dipendesse dalla ridotta quantità di luce solare assorbibile dall’organismo durante l’inverno con conseguenti squilibri psicobiologici. Ma è possibile anche, suggeriscono, che la temperatura invernale contribuisca ad acuire le sensazioni di tristezza e isolamento, facendo peggiorare i sintomi depressivi.
Questa equazione freddo-solitudine sarebbe uno schema antico, ancestrale, appreso da bambini, quando stare nei pressi della propria madre, al sicuro, equivaleva a sentirne il calore, e il suo allontanamento e i conseguenti terrore e dolore, non ancora mentalizzabili, erano un freddo, solo un gran brutto freddo.
E ancora, si chiedono i nostri due eroi, che cosa accadrebbe alle dinamiche di gruppo se si aumentasse la temperatura degli ambienti? Potrebbe essere promossa, con questi semplici accorgimenti ambientali, l’interazione e la cooperazione fra le persone?
Insomma cari avventori, io di fronte a questi Zhong e Leonardelli, per quel che vale, mi levo il cappello.
Zhong è l’autore di un’altra bellissima ricerca sempre su questo filone di cui abbiamo parlato nel post “Effetto Macbeth, lavar le mani per lavar la coscienza”
Fonte | News release Rotman school Via | La Stampa
Paper originale | Cold and Lonely: Does Social Exclusion Literally Feel Cold? (pdf)







1. xlthlx, Venerdì 26 Settembre 2008 ore 15:11
Me-ra-vi-glio-so. E se non ti dispiace ti cito, che merita.
2. Giulietta, Venerdì 26 Settembre 2008 ore 15:22
xlthlx sto ancora correggendo la punteggiatura e sei già qui! :)
Non mi dispiace e lo sai che mi divertono un sacco le tue incredibili sintesi. :D
3. moreno, Venerdì 26 Settembre 2008 ore 15:49
Bello, non conoscevo la embodied cognition: grazie.
Solo stare in mezzo a persone che pensano con un certo schema tende a condizionare i nostri pensieri, addirittura gli ambienti si impregnano delle situazioni che hanno "visto". Non vi capita di entrare in un posto e di sentire chiaramente una sensazione piacevole o meno? Oppure arriva una persona e l'ambiente cambia, contaminato magari dal suo sorriso e dalla sua energia?
4. Elisa, Venerdì 26 Settembre 2008 ore 18:34
bello questo commento.
Rispondo a moreno: penso sia normale associare emozioni a luoghi; se pensi casa ti viene in mente amore,nostalgia,sicurezza,ect poi dipende da te...se ci pensi è il lavoro che fanno anche alcuni poeti.
Ma se a me piace particolarmente il freddo vuol dire che mi piace essere esclusa?
5. Emanuela Zerbinatti, Sabato 27 Settembre 2008 ore 08:56
Anche a me aveva colpito tantissimo questo studio.
Le possibili implicazioni come hai dimostrato tu Giulietta sono tante, mi viene in mente però che sono molte le patologie in cui il sentire "più freddo" è un sintomo. Mi domando se oltre ai vari motivi fisiopatologici, questo sintomi possa portare all'aggiungersi di sintomi depressivi in una patologia organica. Come spesso accade. Pensiamo all'ipotiroidismo (freddolosità e tendenze depressive) o ancora di più all'anoressia.
Qui il freddo è ritenuto a ragione conseguenza del consumo delle riserve adipose che fanno da "isolante" oltreché da fonte di materiali da "bruciare", ma il freddo per l'anoressica è anche il metro del suo peso al pari della bilancia: "se sento freddo vuol dire che non ho mangiato troppo", quindi è qualcosa da desiderare con tutte le proprie forze. Che tutto ciò porti anche a quella tendenza all'autoesclusione tipica della malattia, poi aggravata dagli altri che ti escludono davvero, facendoti sentire più freddo e quindi soddisfatta di te stessa per quanto non mangi e quindi ancora più sulle tue ... desiderosa di essere lasciata nel tuo brodo... freddo a questo punto.
6. Carlì, Sabato 27 Settembre 2008 ore 12:41
Grandioso!
7. moreno, Sabato 27 Settembre 2008 ore 18:07
Per Elisa in particolare.
Se i luoghi sono sconosciuti (quando cercavo una casa ne avrò viste 100!) appena varchi la soglia "senti" una serie di cose che provocano emozioni e sensazioni. Poi con la mente ragioni e fai tutte le considerazioni. Non gioca solo l'aspetto simbolico o rappresentativo/evocativo dell'ambiente, ma ci sono delle sue componenti che ti toccano, e a volte ti manipolano, ti affascinano o ti fanno scappare a gambe levate. Le persone che ci abitano a volte veicolano le medesime "sensazioni" anche fuori casa.
Belle le questioni di Emanuela, trovo ci sia della coerenza significativa. Il tema del ciboè attualissimo, cosa dice la
embodied cognition a tal proposito? Ho trovato un lavoro sull'autismo e altre cosette e devo dire mi intriga.
Giulietta o altri/e, avete altre notizie della disciplina, magari legate al movimento?
8. Riccardo, Sabato 27 Settembre 2008 ore 18:51
Impressionante le frontiere entro le quali la psicologia si inoltra!
9. Giulietta, Sabato 27 Settembre 2008 ore 19:51
Per chi è interessato all'embodied cognition segnalo gli altri post in cui ne ho parlato, oltre a quello citato in coda a questo post: i paper linkati contengono tutti della bibliografia che può costituire un ottimo punto di partenza per l'esplorazione del campo.
Il corpo e la mente
La posizione del corpo nello spazio aiuta a ricordare
@Elisa, no. Il fatto che ti piaccia il freddo non vuol dire che preferisci essere esclusa. Il freddo dell'esclusione sociale, quando è avvertita e interpretata come tale, è un freddo doloroso, anticamente doloroso. Probabilmente il freddo ti piace perchè fa inverno, malinconia, caminetto...ma questo devi dircelo tu :)
@Emanuela, la tua analisi sull'anoressia è penetrante e suggestiva, si vede che sei una psicoterapeuta, e di quelle brave. :)
@Moreno, il tema del cibo come sostituto simbolico di riempimento di un "vuoto" interiore è un "classico" delle teorizzazioni sull'anoressia nervosa, ed è coerente con l'embodied cognition oltre che clinicamente osservabile. Spero che i link che ho dato sopra possano indirizzare le tue ricerche
10. moreno, Lunedì 29 Settembre 2008 ore 14:05
grazie.
11. Elisa, Lunedì 29 Settembre 2008 ore 21:27
grazie giulietta e moreno per le spiegazioni.
12. Gennaro Romagnoli, Lunedì 6 Ottobre 2008 ore 12:29
Azz...che super ricerca...complimenti Giulietta
gli articoli che posti sono tutti originali ed interessanti, due caratteristiche che in questo campo sono difficili da mantenere;-)
Complimenti a te...e ai ricercatori;-)