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Come il cervello si inganna pur di combattere l’incertezza

Giulietta Capacchione avatar Mercoledì 8 Ottobre 2008, 18:35 in Psicologia cognitiva di Giulietta Capacchione
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Nel commentare la ricerca di cui parliamo oggi, in molti l’hanno sintetizzata così: più si è stressati, più si è superstiziosi.
In realtà la ricerca è più complessa e più interessante e riguarda non tanto lo stress quanto lo stato di incertezza.
Combattere l’incertezza e mantenere il controllo è una motivazione fondamentale per gli esseri umani e un elemento basilare del benessere psicologico e della salute delle persone.
La mancanza di controllo è infatti una condizione sgradevole che attiva una risposta di paura e le persone tentano attivamente di ristabilire il controllo quando lo perdono o sentono che stanno per perderlo.
La ricerca di oggi propone che, quando non siamo capaci di raggiungere una sensazione di controllo obiettivamente, proviamo a  farlo percettivamente, ovvero cominciamo a identificare in maniera illusoria, in una serie di stimoli casuali o non correlati, una configurazione coerente e significativa. Tendiamo a percepire false correlazioni fra gli eventi, a vedere figure immaginarie, a mettere in atto rituali superstiziosi, ad aderire a teorie cospirazioniste ecc… Tutti questi comportamenti, all’apparenza molto distanti fra loro possono essere interpretati come manifestazioni di un medesimo processo psicologico, un meccanismo generale con cui la mente umana tenta di ripristinare il senso di controllo su un ambiente percepito come incerto o ambiguo.
Per dimostrare tutto questo Jennifer A. Whitson e Adam D. Galinsky hanno condotto ben sei esperimenti.
Li vediamo brevemente nel dettaglio.
Nel primo studio alcuni soggetti erano sottoposti a un compito cognitivo, ma ricevevano un feedback arbitrario che li confondeva e  impediva loro di capire che cosa in effetti  il compito richiedesse di fare. Questi soggetti mostravano punteggi più alti alla Personal Need for Structure Scale, una scala che misura il bisogno di “strutturare il mondo in una forma semplificata e più maneggevole”, nella quale per esempio ci si definisce in accordo col fatto che “la routine” è una cosa apprezzabile.
Whitson_Galinksy.jpgNel secondo studio altri partecipanti, sottoposti al compito cognitivo “incomprensibile”, individuavano con maggior frequenza degli altri delle figure all’interno di grovigli  visivi come quelli che vedete nell’immagine qui accanto. Figure che…non c’erano.
Nel terzo esperimento ad alcuni soggetti era chiesto di ricordare un’esperienza in cui avevano perso il controllo e ad altri un’esperienza in cui avevano avuto il pieno controllo su una situazione. Tutti hanno poi giudicato tre scenette contenenti credenze superstiziose, tipo “Carlo ha toccato tre volte ferro prima della riunione,  il suo progetto è stato accolto”. 
I risultati hanno dimostrato che coloro che avevano ricordato un’esperienza di scarso controllo percepivano una maggiore connessione fra i due eventi (toccare ferro e progetto accolto) ed erano più propensi a mettere in atto comportamenti simili per il futuro.
Nel quarto esperimento coloro che avevano ricordato un’esperienza di mancanza di controllo vedevano con più probabilità degli altri figure inesistenti nei grovigli visivi e sospettavano più spiegazioni cospirazioniste in brevi raccontini ambigui.
Insomma, se viviamo o ricordiamo un momento di scarso controllo, tendiamo a trovare regole, collegamenti, configurazioni, relazioni fra stimoli del tutto sconnessi pur di non sentire addosso la sensazione di ambiguità e di incertezza.
Nel sesto esperimento è stato dimostrato che, se a una condizione di scarso controllo percepito fa seguito un momento “autoaffermativo”, ad esempio pensare, osservare e affermare i propri valori personali, le cose in cui si crede e che si ritengono importanti, si riduce la necessità psicologica di ricorrere alle correlazioni illusorie, alle superstizioni e alle cospirazioni per fronteggiare  la sgradevole sensazione di mancanza di controllo.
In conclusione si può affermare che il cervello si inganna, ma lo fa per buone ragioni. E’ certamente preferibile percepire accuratamente il proprio ambiente, ma se si sperimenta l’intollerabile incertezza, poter pensare un po’ magicamente, riuscire  a trovare spiegazioni plausibili  benchè fallaci, ci aiuta ad affrontare quell’incertezza e a non soccombervi.
I ricercatori concludono con un cenno alla psicoterapia, che un mio bravo professore chiama “un’oasi di ordine in mezzo al caos”, la quale, nel tentativo di fornire ai pazienti il senso del controllo sulle proprie vite, riduce per esempio le tendenze ossessivo-compulsive (impregnate di pensiero magico) o le false attribuzioni di intenzione maligna nei comportamenti innocui degli altri.

Report | Lacking Control Increases Illusory Pattern Perception 
(pdf)

3
3 commenti
3
09 Ott 2008
alle 21:41

Giulietta

Ciao Ivo bentrovato. :)

Ciao Keper. Diciamo che la deduzione diretta da questi esperimenti sarebbe un po' forzata. Ma l'ipotesi è plausibile. Prima di tutto dovremmo dimostrare che è vero che le persone anziane sono più religiose (stabilendo bene cosa si intende per "anziano" e cosa si intende per "religioso"). :)

2
09 Ott 2008
alle 19:40

Keper

Tramite un esperimento come questo si può arrivare alla deduzione che le persone anziane tendono ad essere più religiose per affrontre la certezza dell'esistenza?

1
09 Ott 2008
alle 13:22

Ivo Silvestro

Molto interessante.
Credo aggiunga un capitolo al paper segnalato tempo fa sulla psicologia della sicurezza...

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