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La realtà virtuale in psicoterapia: il concetto di (tele)presenza

Giulietta Capacchione avatar Lunedì 20 Ottobre 2008, 18:12 in Cyber-psicologia di Giulietta Capacchione
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Molti disturbi psicologici si sostanziano di paure intense relative a determinati stimoli ambientali. E’ questo il caso delle fobie specifiche come la paura di volare, degli spazi angusti, degli insetti, delle altezze e così via.
Il trattamento tradizionale di questi disturbi consiste nell’esporre il paziente, in maniera graduale e controllata, al materiale ansiogeno (situazioni, oggetti ecc) per il tempo necessario a far sì che la sua intensa reazione emotiva si riduca di intensità e si estingua per abituazione.
Il meccanismo più pervicace di mantenimento di questi tipi di disturbi è infatti l’evitamento, che impedendo un sicuro e controllato confronto con lo stimolo fobico, impedisce al paziente di sperimentare il progressivo declino dell’ansia e la sua estinzione.
Non salire mai in ascensore è insomma il modo migliore per averne paura indefinitivamente.
Il paziente naturalmente non viene subito esposto allo stimolo che lo terrorizza, ma a cose via via più prossime ad esso, in passaggi molto graduali. Uno degli step in questa gradualità può essere l’esposizione in immaginazione: il paziente viene invitato a immaginare di trovarsi nella situazione ansiosa e aiutato a “restare”, almeno nella sua mente, nella situazione che gli fa paura.
La realtà virtuale può innestarsi in questo processo. Essa può infatti essere considerata un sistema immaginativo avanzato, una forma esperienzale di immaginazione,  efficace quanto questa, e talvolta quanto la realtà,  nell’indurre risposte emotive.
E’ per queste sue caratteristiche che da alcuni anni molti psicologi nel mondo ne stanno studiando le potenzialità come strumento psicoterapeutico. Qui potete trovare una panoramica dettagliata sulle applicazioni recenti della realtà virtuale in psicoterapia e in psicologia clinica.
Ma quali caratteristiche deve possedere l’esperienza virtuale  perché sia utile agli scopi che ci si propone?
Caratteristica necessaria, anche se non sufficiente, è quella che l’ambiente virtuale induca nell’utente un  “senso di (tele)presenza”.
La (tele)presenza rappresenta uno stato psicologico nel quale l’utente sospende volontariamente l’esperienza di mediazione tecnologica per sperimentare un senso di connessione con il contesto mediato che sta usando. La telepresenza è stata anche definita più brevemente “il senso di essere lì” nell’ambiente virtuale.
L’utente sarà tanto più quanto più rilevanti saranno l’immersione, la presenza spaziale e fisica, il realismo sociale e comportamentale.
L’immersione è il grado con cui l’utente sente di essere assorbito nel mondo virtuale (un visore consente un’immersione maggiore di uno schermo per esempio).
La presenza spaziale è il grado con cui l’utente percepisce di condividere uno spazio fisico con il contesto virtuale.
Il realismo è relativo a quanto, di ciò che si sperimenta nel mondo virtuale, sia sperimentabile anche nella realtà, sia, in un certo qual senso, "plausibile".
Esistono attualmente molti ambienti virtuali creati appositamente per trattare i disturbi psicologici, ma resta ancora pionieristica l’applicazione clinica.
Va inoltre sottolineato che l’utilizzo della realtà virtuale non è minimamente limitato ai disturbi fobici, ma si sta progressivamente estendendo ai disturbi alimentari, al disturbo post-traumatico, alle dipendenze patologiche, all’autismo, al ADHD, e ancora alla riduzione del dolore cronico, alla riabilitazione motoria e a molti altri, con promettenti risultati.
Sono dell’avviso che questo sarà il futuro della psicoterapia, il futuro prossimo.

La 14th Annual International CyberTherapy and CyberPsychology Conference si terrà in Italia a Verbania dal 21 al 23 giugno 2009, vedete in alto la locandina.
Questo invece è il sito di riferimento su questi argomenti.

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2 commenti
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21 Dic 2008
alle 00:15

Giulietta

Gent.mo dott. Zambello
la ringrazio molto per essere intervenuto e capisco le sue preoccupazioni. Vorrei però precisare che l'utilizzo di queste metodologie non necessariamente si traduce in uno svuotamento del setting terapeutico, in quanto paziente e terapeuta sono comunque insieme, nel medesimo luogo fisico e simbolico dello studio e collaborativamente affrontano e gestiscono l'emotività del paziente di fronte alla rappresentazione delle sue paure. Una rappresentazione che è resa meramente più vivida attraverso la realtà virtuale.
L'esposizione in immaginazione è una tecnica che fa parte del percorso terapeutico, ma senz'altro non lo esaurisce.
Sono d'accordo con lei che è nella relazione terapeutica che qualunque metodologia trova il suo senso e anche la sua efficacia, ma proprio per questo motivo, penso che nuovi strumenti, se proficuamente innestati in quel comune fertile humus che è il rapporto con l'altro, possano e debbano essere sperimentati.
Ha ragione che non tutto ciò che funziona è buono, ma è anche vero che ciò che non funziona sicuramente non lo è, a meno che non immaginiamo la psicoterapia un processo valido indipendentemente dalla sua efficacia.
Questi nuovi approcci stanno ricevendo numerose conferme da parte della ricerca scientifica, e benchè siano sempre dietro l'angolo possibili errori e abbagli, se nella storia della nostra disciplina/professione fossimo stati così spaventati da essi, e ne sono stati commessi e presi tanti, non avremmo cercato strade ulteriori per essere d'aiuto a chi ha bisogno.
Apprezzo però, mi creda, e faccio tesoro del suo invito alla cautela. Grazie.

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20 Dic 2008
alle 09:16

Renzo Zambello

Risposta al suo gradito intervento sul mio blog a proposito del mio commento a questo suo articolo.

Gent.ma Dottoressa,

quando si parla di realtà virtuale e l’utilizzo che di questa  facciamo o potremmo fare capisco che ci troviamo davanti  al futuro ma questo   significa, almeno per me,  non conosciuto, ignoto. Potenzialità ma anche possibilità di errori  di prendere degli abbagli.

Rispetto poi alla clinica e io mi considero essenzialmente un clinico  mi accorgo giorno dopo giorno come lo spostamento della energia lipidica sul piano virtuale impoverisca sempre di più i rapporti interpersonali. Abbiamo ragazzi di 18, 25 anni che soffrono di impotenza  sessuale e poi, quasi sempre scopri che passano ore, ore a chattare.  Il mio lavoro, e credo anche il suo,  si serve di questo piccolo strumento che è la lettura del trasfert e controtrasfert, cioè, delle emozioni che passano tra il paziente e il terapeuta e viceversa. Io  faccio  delle interpretazioni,  lei delle prescrizioni ma comunque lavoriamo sulle emozioni del paziente e nostre che si creano li, all’interno di questo contenitore che è il setting terapeutico.  Se lo svuoto,  perché permetto al paziente di proiettarlo, perderlo “nello spazio cibernetico” che userò, che resterà  al paziente?

Mi permetta un ‘ultima osservazione dottoressa,  che significa “però funziona”?  Non si offenda ma  anche i “ maghi”si giustificano così. Noi siamo dei clinici, i nostri metodi si rifanno a teorie  metodi  scientifici e da Galileo in poi non possiamo più dire: “ è buono perché funziona”.

 

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