Conversazioni di psicologia contemporanea
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La vita urbana, si sa, può essere stressante, soprattutto quando bisogna fare i conti con l’inciviltà altrui. L’atto incivile non sempre è ritenuto sufficientemente serio o dannoso da essere oggetto di esplicite sanzioni o di una qualunque altra forma di repressione, eppure è sufficientemente sgradevole da rendere la vita difficile a chi lo subisce o è costretto ad assistervi.
Si pensi allo sputare sul marciapiede, al non raccogliere gli escrementi del proprio animale, allo scrivere sui muri, al posare la spazzatura fuori dai cassonetti, al tenere alto il volume dello stereo in orari di riposo, al cicaleggiare sotto una finestra di notte, fino ai più noti parcheggiare in tripla fila, sui passi carrai, sopra ai marciapiedi, davanti agli scivoli per disabili ecc. ecc..
Chi è spettatore di queste e altre inciviltà ha l’opportunità di esprimere la sua disapprovazione, anche soltanto con uno sguardo accigliato, con il rimbrotto cortese, oppure con la vera e propria indignazione. Reagire con disapprovazione a un comportamento contrario alle norme del vivere civile si definisce “controllo sociale”. Maggiore è il controllo sociale percepito in un contesto, minore sarà la frequenza con cui verranno messi in atto i comportamenti incivili.
Chaurand e Brauer della University of Clermont-Ferrand hanno pubblicato sul Journal of Applied Social Psychology uno studio in cui ci si interroga su quali possano essere i fattori individuali e di contesto che spingono le persone ad esercitare il controllo sociale.
Dai dati è emerso che una delle variabili che giocano un ruolo importante in questo ambito è il senso di responsabilità dell’osservatore, predittore del controllo sociale molto di più del “grado di devianza” insito nel comportamento incivile.
Questo vuol dire che le persone tendono a reagire all’inciviltà non tanto quanto più la ritengono grave, ma tanto quanto più si sentono responsabili di comunicare la loro disapprovazione, si sentono in qualche modo investiti dall’obbligo morale di intervenire. Certi comportamenti sarebbero, per questo, oggetto più probabile di controllo sociale perché in grado di elicitare maggiormente il senso di responsabilità (si pensi al parcheggio abusivo nello spazio disabili). Un’ altra variabile importante è il grado di emozione negativa che l’inciviltà suscita. Più è ostile e finanche rabbiosa l’emozione che viene suscitata da un comportamento incivile, più è probabile che quel comportamento sia oggetto di controllo sociale. L’emozione negativa in questo ambito funge da essenziale e irrinunciabile carburante, perché il controllo sociale resta un comportamento “costoso” in termini emotivi: la reazione dell’incivile è imprevedibile e potenzialmente aggressiva… La rabbia ci aiuta a non farci desistere!
La terza variabile in gioco, la più interessante a mio avviso, è il senso di legittimazione nell’esprimere la propria disapprovazione. Il senso di legittimazione è un elemento insieme culturale e psicologico. Significa sentire di “avere il diritto”, assumere che, in quanto cittadini, tutti sono comproprietari della cosa pubblica e un danno alla cosa pubblica o alla civile convivenza è un danno al singolo, un danno diretto.
Questo modo di intendere le cose di tutti come cose anche mie e non come cose di nessuno si può insegnare o comunque promuovere. E’ necessario sensibilizzare le persone e aiutarle a percepire il proprio quartiere o la propria città come una parte del loro sé e non un mero spazio geografico in cui hanno la sorte di vivere. Considerare il proprio ambiente una parte di sé significa sentirsene responsabili, e quindi in diritto di difenderlo come si difende sé stessi.
Gli autori dello studio suggeriscono alcune strategie per aumentare il senso di implicazione personale nel contesto urbano. Una, più romantica, consiste nel rafforzare il legame psicologico ed emotivo tra le persone e il loro ambiente attraverso associazioni locali, incontri di quartiere, tour architettonici, centri di ritrovo, attività sportive o culturali.
L’altra, più cinica, ma sicuramente efficace, consiste nel rendere noto quanti soldi pubblici vengono spesi ad esempio per ripulire le nostre strade dal degrado. Far passare insomma il messaggio che un’inciviltà, oltre a insudiciare i marciapiedi o i muri, infila anche le mani nelle tasche dei contribuenti.
Questa qua sotto è invece l'immagine di una campagna di sensibilizzazione contro i parcheggi di fronte agli scivoli dei disabili realizzata da un gruppo di miei amici pugliesi, che si sono autotassati per pubblicare dei grandi manifesti come questo.
Anche questo è controllo sociale, la disapprovazione diventa pubblica e diventa cultura.
Chi è il vero handicappato?
Astrolabio ho letto e, permettimi, l'articolo è poco condivisibile. La differenza fra "rifiuti sparsi" (nel suolo pubblico) e "spazzatura" (nel luogo privato) è pretestuosa.
Sia che si tratti di luogo pubblico che di luogo privato ci sono rifiuti che legittimamente possono essere tollerati e altri no.
Non credo che un ristoratore consentirebbe ai suoi avventori di sputare sul pavimento del ristorante, o di svuotare il posacenere sulla tovaglia, anche se lo pagano per cenare da lui, ma tollera per esempio che lascino cadere il tovagliolo.
Sul suolo pubblico si può accettare (ma perchè poi?) la cartaccia lasciata in piazza, ma non le bottiglie rotte di un concerto o gli escrementi di animali.
Dire che lo stato debba andare incontro alle esigenze di imbrattamento dei suoi cittadini è come dire che dovrebbe accettare che non paghino le tasse perchè guadagnano poco.
Concorderai che è una scemenza.
Lo spargi rifiuti non è un eroe, è un cretino. IMHO.
Siccome sei iscritta a tocqueville mo ti becchi un bel commento politico :-P
tutta la questione esiste solo perchè esiste la proprietà privata, quindi in soldoni ècolpa dei soliti socialisti/comunisti :-), siccome è complicato spiegare perchè fornisco un link esplicativo:
http://mltoscana.blogspot.com/2008/07/lo-spargi-rifiuti-un-eroe.htmlnon credo che sia vero che civili popoli nordici siano freddi: è solo chlo diventano con chi incivile non è e accordano fiducia a chi si comporta come loro. gli altri? fuori. può sembrare intollerante, ma sinceramente un popolo più razzista di quello italiano (ovviamente non parlo dei singoli, ma del senso comune) non l'ho mai visto. questa campagna pubblicitaria è bellissima e forte: si vede che qualcuno che ha ancora la testa sulle spalle c'è. meno male. altrimenti dovremmo tutti emigrare... e lasciare questo bel paese in mano ai barbari non mi va proprio!
Gli italiani credo siano il popolo su cui è meno incisiva la pressione delle tre variabili di cui si è parlato dell articolo, cioè il senso di responsabilità, di indignazione e di legittimazione. Lo dico perchè in molti dei paesi in cui sono stato mi è stato possibile scorgere comportamenti completamente agli antipodi con quelli degli italiani. Quest'estate sono stato a Vienna, e dopo aver visitato la casa di Freud (come mi è stato consigliato in questo blog) :), ho potuto notare come i comportamenti incivili siano scongiurati dalla sorveglianza dello stesso cittadino che sentendosi parte della città e responsabile delle sue condizioni è motivato a bacchettare anche con un semplice sguardo chi ha meno considerazione per la salvaguardia dell ambiente in cui vive. Certo, il rovescio della medaglia è che come mi spiegava un Italiano da 20 anni a Vienna è che la gente è troppo fredda, poco accogliente e creativa.Ma è possibile che una cosa esclude l'altra? E' possibile avere calore e senso di responsabilità?Dovè sto paese che ci vado subito :)
alle 13:36
astrolabio
veramente l'articolo (che in realtà è un estratto di un libro in cui si prendono difese anche dei papponi e degli spacciatori) spiega che il discrimine è una questione di costi ed opportunità, ovvero se pulire è costoso e sporcare poco dannoso conviene sporcare pulire ogni tanto. ecetera.
il risotratore non ti fa sputare per terra perchè essendo un comportamento antisociale (non penso consentano anche di ruttare con impegno, anche se effettivamente non inquina) gli costa in perdita di reputazione e quindi di clienti. se l'ipotetico cliente offre venti milioni per il permesso di sputare, il ristoratore glielo concede perchè copre le spese della cattiva reputazione.
sporcare la tovaglia, far rovesciare il vino eccetera eccetera invece sono praticamente inclusi nel prezzo del coperto. pago per poter sporcare.
in caso di proprietà pubblica questo non si può fare è un esempio di tragedy of commons credo, o per spiegarlo meglio, è coem il pagamento alla romana al ristorante (nel significato di divisione del conto per capoccia) siccome alla fine la spesa è ripartita, conviene mangiare di più perchè se mangiamo sopra la media della tavolata, abbiamo parte della cena pagata da altri, viceversa, se mangiamo sotto la media dovremo pagare la cena di altri.
per quanto ci siano sistemi di controllo culturali, l'incentivo è sporcare; comunque sto un po' divagando.
"ma non le bottiglie rotte di un concerto" se fa pagare le spese di pulizia a chi prende il permesso per il concerto perchè no?
"è come dire che dovrebbe accettare che non paghino le tasse perchè guadagnano poco." essendo un anarchico direi che hai trovato l'argomento per convincermi meno adatto in assoluto :-)