Conversazioni di psicologia contemporanea
H.M. è l’acronimo con cui Henry Gustav Molaison era conosciuto il tutto il mondo scientifico. E’ stato uno dei pazienti più studiati nella storia delle neuroscienze e ci ha insegnato, con la sua vita sfortunata, moltissime cose sulla memoria umana.
All’età di 9 anni era caduto dalla bicicletta riportando un trauma cranico con incoscienza e aveva sviluppato da quel momento una forma di epilessia grave, non trattabile con i farmaci. In realtà H.M. aveva una familiarità per l’epilessia, ne erano affetti tre cugini di primo grado da parte di padre. Nel 1953, all’età di 27 anni, H.M. fu sottoposto a un intervento chirurgico nel quale gli furono recise alcune strutture del lobo temporale mediale.
L’esito di questo intervento fu effettivamente una marcata riduzione del sintomo epilettico, ridottosi a un paio di episodi maggiori all’anno, ma accanto a questo egli sviluppò una severa amnesia anterograda che non l’ha più abbandonato per il resto dei suoi giorni.
Amnesia anterograda significa che H.M. era in grado di ricordare alcune cose apprese prima dell’intervento, ma non era più in grado di memorizzare a lungo termine nuove informazioni, congelando di fatto la sua vita a quei primi 27 anni e vivendo ogni successivo giorno come se fosse nuovo.
Il neurochirurgo che l’aveva operato ne parlò per la prima volta nel 1957 in un articolo pubblicato sul Journal of Neurology, Neurosurgery, and Psychiatry: 'Loss of recent memory after bilateral hippocampal lesions'.
Da allora più di 100 neuroscienziati si sono occupati di H.M., sono stati scritti centinaia di articoli scientifici, ed H.M. è stato sottoposto, nella sua lunga vita, a ogni sorta di test, esame e valutazione neuropsicologica.
La prima domanda a cui i ricercatori cercarono di dare risposta riguardava la globalità della sua amnesia rispetto al tipo di test mestico utilizzato (recupero libero, recupero con indizio, riconoscimento si/no, riconoscimento per scelta multipla, apprendimento per criterio), rispetto al tipo di materiale stimolo (parole, numeri, paragrafi, pseudoparole, facce, forme, toni, suoni, eventi pubblici, eventi personali) e rispetto alle modalità sensoriali con cui le informazioni erano presentate (visive, uditive, somatosensoriali, olfattive). La risposta a questa domanda, basata su esperimenti condotti per decenni, fu che il danno di memoria di H.M. era pervasivo.
H.M. non riusciva più ad acquisire e memorizzare né conoscenze episodiche (ricordi di eventi specifici) né conoscenze semantiche (ricordi generali sul mondo, incluso il significato di nuove parole).
Questo fece comprendere che le strutture del lobo temporale mediale, che erano state rimosse in H.M., erano cruciali per la memoria dichiarativa a lungo termine. La constatazione che la memoria a breve termine di H.M. era, al contrario, intatta, fornì alla neurologia una prova che i due tipi di memoria potevano essere separati e processati da strutture cerebrali diverse.
Ma la memoria dichiarativa non è l’unica tipologia di memoria che possediamo. Una volta fu chiesto ad H.M. di disegnare una linea fra due linee adiacenti di una figura a stella, ma egli poteva vedere solo la sua mano, la matita e la stella riflesse in uno specchio (con destra e sinistra scambiate). In sedute successive dello stesso compito fu evidenziato un chiaro apprendimento nella competenza di tracciare la linea, benché egli non ricordasse mai di aver già svolto quel compito in precedenza e non vivesse alcun senso di familiarità con lo stesso. Esisteva dunque un apprendimento non dichiarativo e l’acquisizione e la ritenzione di competenze visuomotorie erano presumibilmente legate a substrati neurali ulteriori rispetto alla regione del lobo temporale mediale. Un altro tipo di apprendimento che apparve preservato in H.M, e quindi presumibilmente indipendente dal sistema della memoria del lobo temporale mediale, fu quello della memoria topografica. H.M. fu capace di disegnare un’ accurata mappa della casa in cui era andato ad abitare dopo essere diventato amnesico, sebbene non potesse ricordare dichiarativamente di essere andato a viverci. Probabilmente il suo cervello aveva costruito una mappa cognitiva del layout spaziale della sua casa come risultato dei suoi spostamenti locomotori da una stanza all’altra, codificando la localizzazione di ogni stanza in relazione alle altre. Eppure in laboratorio non riuscì mai ad acquisire la corretta sequenza di stimoli visivi e tattili , probabilmente perché in quel contesto non aveva l’opportunità di ripetere i percorsi abbastanza a lungo come poteva fare nella sua casa.
[Continua]