Conversazioni di psicologia contemporanea
L’anno scorso ci occupammo di uno studio nel quale si era riusciti a riprodurre in laboratorio, in alcuni volontari, una out-of-body experience (OBE), la sensazione illusoria di essere fuori dal proprio corpo.
Nella ricerca di cui vi parlo oggi, utilizzando metodologie analoghe, si è riusciti a fare qualcosa di più, inducendo nei soggetti sperimentali l’illusione di essere… nel corpo di un altro (!)
E’ successo nei laboratori del Karolinska Institutet e se ne descrivono i dettagli all’interno di un articolo pubblicato su PLOS ONE.
Nel primo esperimento è stato utilizzato “il corpo” di un manichino, come vedete in figura, sulla cui testa sono state posizionate due telecamere che puntavano al suo addome. Il volontario umano indossava un visore nel quale venivano proiettate le immagini catturate dalle suddette telecamere. Il risultato percettivo per il soggetto, una volta chinato il capo verso il basso, era quello di vedere l’addome del manichino. A questo punto la ricercatrice toccava con una penna sia l’addome fisico del volontario sia quello del manichino, talvolta in maniera sincrona, tral’altra in maniera asincrona. Sottoposti a un questionario di valutazione dell’esperienza, i volontari hanno dichiarato che nel tocco sincrono avevano avuto la forte sensazione che il corpo del manichino fosse il proprio.
Nel secondo esperimento i ricercatori hanno inteso fornire una prova obiettiva dell’illusione sperimentata dai soggetti, accostando all’addome del manichino un coltello oppure un cucchiaio e misurando la risposta di conduttanza cutanea evocata nel volontario. Come sapete la risposta di conduttanza cutanea indica l'attivazione emotiva della persona e può essere considerata dunque una misura oggettiva dell’ansia di un soggetto. Il fatto che la conduttanza cutanea dei volontari aumentasse quando l’addome del manichino era minacciato da un coltello o era semplicemente sfiorato da un cucchiaio, ha fornito l’evidenza che l’illusione di essere dentro al corpo del manichino si era prodotta realmente. Anche in questo caso l’illusione si produceva se, sincronicamente, anche il corpo del soggetto veniva sfiorato dai due oggetti, ma si perdeva se il tocco sul manichino e il tocco sul corpo reale del soggetto avvenivano in maniera asincrona.
In altre parole per produrre l’illusione la stimolazione sensoriale deve essere visuo-tattile.
Un altro esperimento è stato realizzato per provare che il corpo “in prestito” deve avere fattezze umanoidi per essere scambiato per il proprio. L’illusione non si produceva infatti se al posto del manichino veniva utilizzato un oggetto rettangolare delle stesse dimensioni.
Per testare infine la forza dell’illusione di essere nel corpo di un altro i ricercatori hanno sottoposto i soggetti alla prova più pazzesca che si possa concepire: stringersi la mano!
Come vedete in figura la ricercatrice indossa una telecamera le cui immagini sono proiettate nel visore del soggetto. Al soggetto viene chiesto di stendere il proprio braccio destro e di prendere la mano destra dello sperimentatore e di scrollarla per due minuti. Il soggetto in realtà vede sé stesso tendere il braccio e percettivamente afferra la sua mano. Le interviste condotte subito dopo hanno evidenziato che questa procedura evoca una vivida illusione che il braccio dello sperimentatore sia il proprio e che il proprio intero corpo sia dietro quel braccio!
"I soggetti si vedevano stringere la mano dall'esterno, ma lo esperivano come se fosse un'altra persona" spiega Valeria Petkova. "L'impressione sensoriale della mano scossa era percepita come se provenisse dal nuovo corpo, e non dal proprio."
Gli esperimenti hanno dimostrato inoltre che l’illusione si produce anche se il manichino o l’altra persona ha un aspetto diverso da quello del partecipante, è per esempio dell’altro sesso. In altre parole anche le donne sperimentavano l’illusione benchè il manichino avesse le fattezze di un maschio e gli uomini del secondo esperimento accettavano il braccio della ricercatrice come il proprio. Queste osservazioni suggeriscono che l’identità di genere e le differenze nell’aspetto corporeo non sono fattori importanti per percepire un corpo come il proprio.
Le condizioni critiche per elicitare l’illusione percettiva sono invece : a) l’accordo continuo tra informazioni visive e somatosensoriali; b) fattezze sufficientemente umanoidi del corpo “in prestito”; c) l’adozione di una prospettiva visiva del corpo in soggettiva.
Queste ricerche potrebbero essere utili per mettere a punto delle procedure terapeutiche per i pazienti amputati che soffrono della sindrome dell’arto fantasma, ovvero di sensazioni moleste o dolorose provenienti da una parte del corpo che non c’è più, ma che a livello cerebrale è ancora configurata e può dare sensazioni dolorifiche.
Un altro ambito di applicazione potenzialmente interessante potrebbe essere quello relativo alle distorsioni dell’immagine corporea delle pazienti anoressiche. Molte anoressiche hanno infatti l’idea ossessiva di ridurre il proprio peso nonostante siano drammaticamente magre. Sottoporle a questo tipo di procedure potrebbe addestrarle a riconoscere le reali dimensioni del proprio corpo.
Un’applicazione ancora più futuribile è quella relativa alle manovre a distanza di robot (telerobotica). Immaginate la possibilità di una chirurgia a distanza: se il medico potesse sperimentare la forte illusione di essere il robot che sta operando, potrebbe agire con maggior efficacia e sicurezza, essendo potenziata la sua telepresenza.
Il futuro è passato qui.
Paper | If I Were You: Perceptual Illusion of Body Swapping
Grazie Enrico!