Conversazioni di psicologia contemporanea
Da qualche parte leggerete sicuramente, a commento di questo studio, che i ricercatori della Durham University hanno “lanciato l’allarme”, dalle pagine di Personality and Individual Differences, sulla possibilità che bere molti caffè porti persone qualunque, come me e voi, ad avere allucinazioni visive o uditive.
A parte il solito atteggiamento terroristico della stampa, c’è in nuce una profonda incomprensione di cosa sia una relazione causale fra due variabili e cosa sia una correlazione. Lo studio di cui si parla parte dai modelli diatesi-stress delle psicosi, ovvero le spiega, in particolare nei loro aspetti sintomatici delle allucinazioni e dei deliri, come l'esito di una predisposizione individuale (variamente specificata) precipitata da vissuti stressanti (altrettanto variamente specificabili).
Nell’ambito di questi modelli, è stato individuato l’ormone cortisolo come possibile trasduttore biologico tra gli stressor psicosociali e le esperienze psicotiche.
E’ chiaro che in questo contesto qualsiasi elemento sia in grado di influenzare i livelli di cortisolo sarà anche potenzialmente correlato alla possibilità di sviluppare allucinazioni o deliri. La caffeina è proprio uno di questi elementi.
L’ipotesi che lo studio ha inteso verificare, è ha verificato, è proprio quella che, a parità di livelli di stress, il maggiore introito di caffeina giornaliero è associato a una maggiore propensione a sperimentare esperienze psicotiche. E’ però emerso che questa correlazione positiva è significativa per la propensione ad esperire allucinazioni, ma non ideazioni persecutorie.
Questi risultati sono ben lungi dal sancire che i molti caffè causano le allucinazioni.
Non è infatti in nessun modo eliminata la possibilità che la propensione a esperire allucinazioni sia la causa stessa e non il risultato di un maggiore consumo di caffeina.
In altre parole, assumere tanti caffè potrebbe essere una strategia di fronteggiamento, che gli individui mettono in atto proprio per affrontare i loro problemi psicologici e/o i vissuti stressanti.
Lo studio ha altri limiti, lucidamente enucleati dagli autori stessi. Il campione è costituito da 219 studenti universitari, quindi è un campione non clinico. La generalizzabilità dei risultati alla popolazione clinica (quella che con le allucinazioni fa i conti in maniera rilevante) non è garantita.
Inoltre, e più cogentemente, la misurazione dell’introito di caffeina giornaliera è frutto di self-report retrospettivi, di cui non si può garantire l’accuratezza.
Tutto ciò detto gli autori suggeriscono senz'altro di verificare se la relazione qui individuata tra consumo di caffeina e propensione alle allucinazioni sia causale, attraverso per esempio una somministrazione controllata ai partecipanti di caffeina e un successivo compito di detezione del segnale.
Un‘ altra cosa che sarebbe necessario spiegare sono i meccanismi biologici che consentono alla caffeina di causare allucinazioni. L’ormone cortisolo infatti potrebbe non essere l’unico meccanismo coinvolto, soprattutto perché resta inspiegato il motivo per cui aumenta solo la propensione alle allucinazioni, ma non l’ideazione persecutoria. Insomma, come sempre, cautela!
Potete partecipare alla ricerca on line di Simon Jones su caffeina ed esperienze inusuali (in inglese)
Abstract | Caffeine, stress, and proneness to psychosis-like experiences: A preliminary investigation
alle 05:59
antonio
io lavoro in psichiatria e i pazienti sono caffeinomani puristi.se gli dovessimo togliere il caffè penso che le farebbero venire a noi le allucinazioni ma soprattutto l'ideazione paranoide a ragion veduta :) Apparte gli scherzi,quello che sui libri trovo spiegato mooolto poco bene sul modello diatesi-stress è che nel "calderone "diatesi va messo anche il momento storico del soggetto. Sempre rimanendo sotto l'ottica genetista il fenotipo (anche se no è il termine piu esatto per descrivere cio)è comunque in mutare, attivazione di geni dopo attivazione di geni. La diatesi è data da come i geni riescono ad attivarsi e come il nostro corpo (olisticamente inteso)è fatto.esempio un osso piu lungo (ulna) ha una diatesi a rompersi(non so se la dicitura è precisa) sotto pressioni di un certo tipo , piu di un osso corto e tozzzo(rotula) che subisce la rottura per altre sollecitazioni meccaniche. Questo carettaristica fenotipica rimane pressochè invariata e quindi la logica causale diatesi-stress alquanto studiabile e prevedibile. Altre caratteristiche fenotipiche sono mooolto piu difficili da fermare anche perche si mescolano e confondono con i meccanismi adattivi che appartengono ad quel singolo tipo di fenotipo. Esempio fu avanzata una ipotesi che l'apprendimento pavloviano sia una mutazione fenotipica e non un adattamento puro e semplice. Se poi volgliamo spostarci sotto ottiche un po piu ambientaliste, la propensione è la risultante di una enoooooorme e complessa super interazione di migliaia e migliaia di fattori genetici e ambientali e quindi possiende una elasticita di cambiamento; questo porta a identificare la diatesi come una risultante soggetta anche al tempo. Questo complica un bel po' la lettura del sudetto studio. In olltre il modello diatesi-stress è un modello clinico e il suo uso in sperimentazione deve essere fatto indossando GROSSI guanti di ferro...e comunque è un modello che si basa sulla "illogica" della abduzionen(essendo clinico) e questo lo rende uno di quei modelli che, secondo me, finche mi fa comodo li posso usare...
Ma giustamente penso che su un giornale di divulgazione scientifica non si possono mettere spiegazioni e piccoli peli nell'uovo di questo genere, anche se ribaltano al quanto la situazione, perchè non sarebbe piu divulgazione heheheh.