Conversazioni di psicologia contemporanea
Questo studio è l’ultimo citato da Jesse Bering fra quelli che hanno richiesto ai ricercatori una buona dose di coraggio.
Fu condotto nel 1976 da Dennis Middlemist della Oklahoma State University: alcuni assistenti dei ricercatori dovettero metter su la postazione di osservazione in un bagno pubblico maschile dell’università. Attraverso un periscopio che consentiva di vedere il basso ventre degli avventori, si misero a osservare il flusso di urina che gli uomini offrivano agli orinatoi e a misurare con un cronometro la durata della loro minzione.
Naturalmente non erano tutti fuori di testa, nè dei criminali. Quello che si intendeva verificare era il meccanismo che si ipotizzava fosse alla base di un disturbo psicologico chiamato paruresi, altrimenti conosciuta come "sindrome della vescica timida" (bashful bladder syndrome). La paruresi è un disturbo ansioso che colpisce prevalentemente gli uomini e consiste nell’impossibilità (fisica) di urinare alla presenza reale o immaginaria di qualcun altro. Ne abbiamo parlato tanto tempo fa. Chi soffre in maniera severa di questo disturbo è sostanzialmente impossibilitato a urinare nei bagni pubblici di aeroporti, ristoranti, uffici e così via. Sembra una sciocchezza, ma a ben pensarci può diventare un incubo che riduce fortemente la qualità della vita e l'autonomia personale di chi ne soffre.
In casi molto gravi i pazienti arrivano a cateterizzarsi per poter far fronte a questo problema.
Per tornare all’esperimento, fu manipolata la variabile “invasione dello spazio personale” posizionando, vicino all’inconsapevole soggetto sperimentale, un’altra persona (un altro assistente dei ricercatori) all’orinatoio più vicino oppure a all’ orinatoio immediatamente successivo a quello adiacente.
Come previsto, quando gli uomini avevano una persona all’orinatoio più prossimo era osservabile un ritardo nell’inizio della minzione di 8.4 secondi, mentre quando “l’intruso” era a un orinatoio di distanza, il ritardo era di 6.2 secondi. 4.9 secondi erano sufficienti agli uomini che si trovavano nella toilette da soli.
Anche la durata della minzione seguiva gli stessi andamenti. In media era di di 17,4 secondi quando l’intruso era vicino, 23, 4 secondi quando era a un orinatoio di distanza e 24,8 secondi in condizioni di solitudine.
E’ chiaro che un orinatoio pubblico è un ambiente estremamente particolare, in cui si accetta una certa violazione della propria privacy, ma anche in questo contesto è possibile osservare tentativi comportamentali di compensazione della violazione dello spazio personale come impercettibili allontanamenti, cambiamenti dell’orientamento del corpo, l’uso di mani e braccia come ostacolo interpersonale, la riduzione del contatto oculare e così via. Ciò nondimeno l’attivazione emotiva, il disagio che comunque scaturisce dall’invasione dello spazio personale si incanala anche su strade non comportamentali e più strettamente fisiologiche. In particolare è stato dimostrato che l’arousal emotivo può aumentare la pressione intravescicale e inibire il rilassamento dello sfintere esterno dell’uretra. E’ questo il meccanismo fisiologico, che impedirebbe (fisicamente) al paruretico, individuo particolarmente sensibile all’invasione dello spazio personale, di urinare alla presenza reale o immaginaria di qualcun altro.
Studi come questi non sono più possibili oggi, stante il severo rispetto dei diritti di privacy dei soggetti sperimentali. Potete andare al bagno tranquilli, anche nelle facoltà di psicologia!
Abstract| Personal space invasions in the lavatory: Suggestive evidence for arousal (pdf)
Indipendentemente da come la possa pensare, non ritengo assolutamente che questa ricerca chiarisca che "non esistano separazioni, siamo un tutto unico". Il malfunzionamento dello spinterogeno causa problemi all'automobile, ma non mi sentirei mai di dire che lo spinterogeno è "tutto unico" con i pneumatici o con il radiatore. State BEN attenti a non creare delle relazioni false (guidate dal pregiudizio di voler verificare la propria idea, invece che falsificarla à la Popper) a partire da ricerche malinterpretate, sia che siate giornalisti, sia che siate psicologi: altrimenti le cose in cui credete saranno screditate irrimediabilmente.
Tutte queste ricerche continuano a chiarire (semmai ce ne fosse stato mai realmente bisogno) la stretta relazione che c'è tra mente e corpo...non esistono separazioni, siamo un tutto unico...
Davvero interessante. Devo tornare a visitare più spesso il tuo blog.
Conosco una persona ( donna ) che ha un accenno di questo problema. In effetti è una persona molto ansiosa, nel senso che la sua ansia di tratto è sicuramente più alta della media. Non era un vero e proprio disturbo, ma la ricerca di cui hai parlato non è sicuramente fuori luogo in quel caso.
alle 22:33
Ulisse
Soffro di questo disturbo da una vita, ma in maniera severa da circa due anni. Purtroppo però non ci studia nessuno..