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Irresistibilità del gossip: i cacciatori di fama /3

Giulietta Capacchione avatar Martedì 9 Giugno 2009, 22:09 in Psicologia sociale di Giulietta Capacchione
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Il gossip naturalmente non è soltanto qualcosa di cui si fa oggetto qualcuno o del quale si resta vittime. Spesso è anche una strategia efficacissima per attirare l'attenzione su di sè ed è pertanto sapientemente alimentato.
Sono moltissime le persone che sognano di essere conosciute, di far girare le teste al proprio passaggio, di veder accendersi una luce negli occhi di coloro che incontrano, di entrare in una stanza affollata e osservare la conversazione interrompersi.
Ricerche condotte in città cinesi o tedesche hanno rivelato che circa il 30% degli adulti dichiara di sognare regolarmente, ad occhi aperti, di diventare famoso, e più del 40% si augura di incappare nella vita anche in un’effimera dose di fama, i famosi 15 minuti di Andy Warhol.
In adulti americani i valori sono gli stessi, nei teenager addirittura più alti.
Alcuni, per fortuna non tantissimi, arrivano a credere che l’unica via per dare un senso alla propria vita sia quella di diventare celebre.  
Di questa spinta motivazionale la psicologia non si è occupata per niente ritenendola troppo poco profonda, troppo variabile culturalmente e spesso troppo sovrapponibile ad altre motivazioni più complesse.
Da qualche anno però un gruppo di psicologi ne sta studiando la caratterizzazione e gli effetti, cercando anche di comprendere le caratteristiche personologiche di coloro che chiamiamo “cacciatori di fama”.
Il dott. Orville Gilbert Brim ha scritto un libro chiamato appunto Fame Motive.
Secondo Brim le persone con un eccessivo desiderio di essere famose sono diverse da coloro che cercano principalmente il benessere economico o l’ influenza sociale.
Il comportamento dei cacciatori di fama appare radicato in un desiderio di accettazione sociale e/o in un bisogno di rassicurazione esistenziale.
La celebrità garantirebbe l’inclusione nel gruppo, lenirebbe vecchie ferite da esclusione ed eventuali rifiuti  da genitori emotivamente o fisicamente assenti, ma sarebbe anche un balsamo per chi sente più acutamente il senso della propria precarietà esistenziale, della propria ineludibile mortalità.
Rassicurarsi che la vita non finirà nel dimenticatoio significa pensare a sé stessi come fornitori di un contributo, durevole e di valore, a un mondo pregno di significati. Più gli altri certificano il valore di questo contributo, più speciali e quindi più rassicurati ci si sente.

Purtroppo le probabilità di ottenere un Nobel o un Oscar sono così remote che ci si rivolge a mete più prossime come diventare letteronza o velina o tronista o grandefratellista e, se si ha proprio molta fortuna, la favorita di "papi".
A tutti gli altri non resta che veder deluse le proprie aspettative.
Consentitemi il sermone finale, vi prego: invece di aspirare ad andare in televisione, si possono cercare altre forme di inclusione sociale e di garanzia contro l’oblio della morte: un grande amore (se siete fortunati), un figlio, i vostri amici di sempre, o Dio... se preferite.

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2 commenti
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19 Giu 2009
alle 18:03

Geppetto

Non e' certo la prima volta che sento proporre la procreazione come soluzione ai propri malesseri esistenziali, nell'una e nell'altra forma.

Una persona matura prima risolve il propri problemi, e poi, raggiunti equilibrio e consapevolezza, sceglie o meno di procreare. Mettere al mondo un figlio/a come antidoto alle proprie ansie e' cosa disumana.

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17 Giu 2009
alle 23:01

paopasc

Non so se questo autore parla nel suo libro dei meccanismi che sottendono queste esigenze di rassicurazione o accettazione sociale che, come dire, se vissute carenti ovvero al di sotto
di un minimo, vengono in qualche modo super-compensate dalla richiesta di una super-accettazione conseguente alla fama. Il fenomeno però potrebbe essere troppo esteso, se le statistiche
fornite sono vere (e in realtà penso siano addirittura sottostimate), per essere compreso solo in questa spiegazione. Nei giovani specialmente ritengo intervenga anche l'aspetto di riconoscimento del modello di

riferimento (rocker, cubisti, ecc), la presenza di eventi in cui anche persone normali e sconosciute acquistano improvvisa celebrità, nonchè la possibilità di essere (o meglio avere) come vuole in genere la pubblicità:

cool, slanciati, sempre allegri, con un bicchiere in mano e con disponibilità economiche.
Lo scontro tra una realtà immaginaria e una realtà reale, essendo generatore di stress, è combattuta ponendosi uno scopo futuro  in funzione di desiderio da raggiungere. Come già spiegava Leopardi il
giorno prima della festa è quasi meglio del giorno della festa stesso, perchè quel giorno potrebbe non arrivare mai mentre il desiderio, in parte, si auto-appaga .
Altro fatto: la vita dei genitori, nella maggior parte dei casi, è vecchia e anonima, e con il mancato riconoscimento del loro modello di vita se ne va anche il loro modello di lavoro: l' impegno dei giovani
nei lavori manuali diminuisce mentre aumentano le richieste di esaudimento dei propri diritti. E' molto diverso da quando mi sono affacciato io nel mondo del lavoro (che non è secoli fa, anche se è
nell'altro secolo). C'è chi ci ha scritto pure un libro: Il traffico dei diritti insaziabili,, a cura di Luca Antonini, Rubbettino 2007, in cui si stigmatizza l'evoluzione tarlata dei diritti, da quelli universali e macchiati
di grandi lotte a quelli della trasformazione in normativa universale di aspettative particolari.
Non so se qualcuno l'ha già detto, comunque voglio ribadirlo: la crescita selvaggia dei diritti senza la tutela dei doveri rischia di creare un mondo in cui si è capaci solo di chiedere e mai di dare.
C'entra questo con la necessità di essere famosi? Non sempre. Però le motivazioni non possono essere ognuna diversa per ogni individuo. Se la personalità del desiderante non è sufficientemente
formata per via dell'età o per mancanza di nutrimenti spirituali, ne risulterà un insieme di dichiarazioni cammuffate della propria 'scontentezza' e di semplice adesione (nel senso di adesivo) a una felicità
promessa e futura, possibilmente senza costi.
Tutto questo però non esaurisce l'esigenza di fornire spiegazioni dei meccanismi dietro i comportamenti, che non risiedano all'interno dei confini del mondo che vogliamo investigare. Non possiamo permetterci
di assiomatizzare così a gratis concetti come celebrità, inclusione, precarietà esistenziale: dobbiamo poter uscire da quel luogo dove avvengono queste creazioni e osservarlo dall'esterno, cercando di
ridurlo alla condizione più semplice possibile, ma non più semplice di così (eh! eh!) sì da individuarne le fonti generanti, queste sì assiomatizzabili (e cosa non lo è in definitiva, cioè renderlo non spiegabile
al di là di quella risoluzione), pena il continuare a fare sociologia o filosofia (con il massimo rispetto per queste discipline, massimo!) ma non scienza.
Bye.

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