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L’effetto Zeigarnik e l’irresistibile bisogno di finire quello che si inizia.

Giulietta Capacchione avatar Domenica 27 Settembre 2009, 21:20 in Psicologia cognitiva di Giulietta Capacchione

L’effetto Zeigarnik prende il nome dalla psicologa tedesca Bluma Zeigarnik, che consegnò il suo nome alla storia della psicologia un pomeriggio degli anni ’20 seduta ai tavoli di un ristorante viennese.
In quell’occasione fece infatti per la prima volta attenzione a un fenomeno molto particolare: il cameriere riusciva a ricordare un numero apparentemente infinito di ordinazioni fatte dai clienti fino al momento di servirli. Dopo aver evaso le ordinazioni  non ricordava più che cosa aveva servito.
La Zeigarnik ipotizzò che un compito incompleto o non terminato crea una tensione psichica che agisce come spinta a completare o a terminare il compito e impedisce che la mente si concentri su altri processi cognitivi.
Il trattenimento in memoria del compito incompleto sarebbe l’effetto collaterale di questa “ansia di completamento”.
Naturalmente, da brava psicologa, la Zeigarnik dimostrò sperimentalmente la sua ipotesi.
Era il 1927 e nel suo laboratorio fece svolgere ad alcuni volontari una serie di 22 compiti cognitivi, alcuni dei quali venivano completati e altri erano lasciati incompleti.
Alla richiesta di ricordare quali compiti cognitivi erano stati svolti, i soggetti ricordavano due volte di più i compiti rimasti interrotti o che avevano comunque  lasciato incompleti.
L’effetto Zeigarnik sarebbe l’equivalente “superiore” della legge gestaltica della chiusura: linee incomplete e forme non chiuse sono percepite dal cervello come linee continue e forme chiuse, fino al completamento percettivo attraverso bordi artificiali.
Si veda a questo proposito
l’illusione del triangolo di Kanizsa in figura, dove si apprezza distintamente un triangolo bianco centrale che nella realtà non c'è.
L’effetto Zeigarnik spiega l’incapacità di taluni di interrompere un lavoro fino a quando non l’hanno finito (presente!) o l’incapacità di lavorare in multitasking a causa dell’urgenza psicologica di affrontare un lavoro per volta.
Anche le sue applicazioni pratiche sono disparate, vanno dall’interruzione delle soap opera su una situazione sospesa (per il cui completamento il telespettatore deve tornare il giorno dopo), alla pedagogia moderna che suggerisce di non soddisfare mai a pieno la curiosità degli alunni.

13
13 commenti
13
19 Ago 2011
alle 22:50

pabiuzzu

1altranima non capisci n'emerita cappella.

 

se hai qualcosa da ridire chissu è mimi e chissu cocò

12
09 Ott 2009
alle 07:50

1altra_amina

Beh, si in fondo hai ragione, l'artificio ottico e' innegabile, d'altronde l'argomento era un altro ...

11
07 Ott 2009
alle 23:36

Gianluca Ostuni

Ciao Giulietta,

la tua risposta è interessante, per cui la uso per farti un altro esempio. Tu parli delle palline nere come di altri elementi rispetto alla figura del triangolo bianco. Ma le palline nere sono il contorno del triangolo bianco, non qualcosa di diverso. Se fossero qualcosa di diverso, non andrebbero a creare il contorno. Forse attribuiamo le palline nere a "qualcos'altro" perché la loro forma le fa sembrare incomplete, cioè delle palline coperte per uno spicchio.

Se infatti al posto delle palline ci fossero solo i contorni neri del triangolo che le palline formano, cioè delle V per intenderci, il triangolo bianco rimarrebbe lo stesso. Infine se, a partire da questa figura, metteremmo delle palline bianche, simile a quelle della tua immagine, ai vertici di quello che sono i contorni del triangolo con i lati neri, otterremmo lo stesso effetto all'incontrario: un triangolo bianco con la cuspide in alto che copre un triangolo con i contorni bianchi con la cuspide in basso (in questo caso si devono invertire tutti i colori).

Riepilogando: le palline nere servono solo a delimitare il contorno del triangolo bianco, tant'è vero che cambiando i colori il risultato non cambia. Al posto delle palline potremmo avere delle cuspidi nere o bianche ( se lo sfondo è nero ) per dimostrare che esse servono solo a tener presente il contorno della figura. Il fatto che attribuiamo più realtà al triangolo con i lati neri dipende da come siamo abituati a considerarla ( o costretti dal nostro sistema nervoso ).

La stessa prova che te mi hai chiesto di fare, cioè quella di coprire 2 palline, può essere fatta con il triangolo dai contorni neri: copri due cuspidi e scomparirà, oppure se hai in mente l'immagine che ho creato poco fa, copri due palline bianche.

Ti ho convinto? Oppure ho sbagliato il mio ragionamento?

Se infatti sono riuscito a dimostrarti che le palline non sono altro che il contorno, il triangolo bianco dovrebbe apparirti per quello che è: un triangolo che soffre di un pregiudizio nei suoi confronti. ;)

10
07 Ott 2009
alle 10:31

Giulietta

Per carità non ci infiliamo nella filosofia. Il mondo sarà pure inconoscibile al di là della nostra percezione. Però nell'ambito della nostra percezione siamo in grado di riconoscere un'illusione ottica! Ne abbiamo viste a decine su questo blog.
I lati del triangolo di kanizsa non scompaiono se copri i suoi lati, scompaiono se copri altri elementi della figura e impedisci la formazione della gestalt.

9
07 Ott 2009
alle 07:54

1latra_anima

ciao,

Io concordo con Gianluca

anche in un triangolo se copri i lati non rimane nulla.

Esse est percipi. 

8
05 Ott 2009
alle 11:00

Giulietta

Caro Gianlu, quel triangolo non solo ha contorni non bianchi, non ha proprio contorni e questo lo verifichi facilmente, se appena isoli le parti del triangolo di kanisza coprendo per esempio tutto a parte una pallina nera.
Una cosa che esiste, esiste sempre.

7
05 Ott 2009
alle 10:04

Gianluca Ostuni

Ciao Giulietta,

io voglio farti una domanda su un aspetto collaterale al post: cos'è che ti fa dire che il triangolo in realtà non esiste? Se esiste nella tua percezione, perché il solo fatto che non abbia contorni non bianchi ti spinge a dire che è meno reale delle altre figure?

6
30 Set 2009
alle 16:00

Alessandra

anch'io non riesco a non smettere finché non ho finito, però certe volte per fare così mi massacro... dovrei usare la tecnica delle soap e lasciarmi sempre qualcosa a domani... ci proverò! devo provarci! ;-) grazie

5
28 Set 2009
alle 23:08

giuseppe sprovieri

ARCHIVIO DELLA DISLOCAZIONE

L’archivio della dislocazione documenta il trasferimento continuo di sé. 

Ad ognuno dei partecipanti al progetto è richiesto di realizzare fotografie di sé nel contesto di panorami più o meno noti, esibendo nella mano la cartolina del proprio luogo di provenienza.

ES PRODUZIONI 2009 

4
28 Set 2009
alle 17:46

Demis

Kurt Levin ed il suo gruppo han lavorato un sacco bene, e questo (scritto con Ovshiankina) è uno dei lavori che preferisco! L'effetto lo ritroverete con ogni contenuto: infatti è procedurale e quindi dipende solo dalle risorse cognitive che avete a disposizione e dalla salienza (altro concetto gestaltico) che aveva per voi quel compito :)

3
28 Set 2009
alle 16:46

Weissbach

Che coincidenza!

Stamattina stavo ascoltando l'audiolibro "Getting things done" di David Allen che parlava degli "open loops"...

2
28 Set 2009
alle 15:56

Fabristol

Incredibile! Giusto in questi giorni pensavo ad una spiegazione che mi tormenta da anni: se ascolto una canzone a metà continuo per giorni a ripeterla fintanto che non la riascolto dal punto in cui avevo spento il mio lettore MP3. Ed è come una sensazione liberatoria, di chiusura, di completamento.

Un altro esempio che posso portare è simile a quello del cameriere. Gli esami dell'università mi rimangono fissi nella memoria fintanto che non li supero. Una volta superati la mente si svuota.. Non che mi dimentichi ciò che ho studiato ma sicuramente perdo centinaia di dettagli e di strategie mnemoniche.

1
28 Set 2009
alle 09:22

Roberto

Quanto ho letto mi fa capire molto meglio la famosa legge della chiusura che molti grafici utilizzano nella progettazione di loghi e per vari deisign. Figo! :)

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