Cerca
Blogosfere
Categoria: « Podcast | Psicologia clinica | Psicologia cognitiva »
Mostra solo i titoli
Pagina 4 di 28
Giu 0810

Vuoi ridurre il desiderio dello spuntino pomeridiano? Pensa al pranzo!

Pubblicato da Giulietta Capacchione alle 23:32 in Psicologia clinica


popcorn.jpg

E’ stata appena pubblicata su Physiology & Behavior una ricerca dell’Università di Birmingham secondo la quale ricordare il cibo mangiato a pranzo può avere un effetto inibitorio sul desiderio di fare uno spuntino più tardi nel pomeriggio.
Mi piacciono molto questi studi perché possono consentire a chi è a dieta di sfruttare dei trucchetti cognitivo-comportamentali per aumentare le proprie probabilità di successo. Ho già scritto alcuni post sull’argomento come Perché mangiamo di più di quello che pensiamo
e Il potere di UNO  sull’ “effetto porzione”.
La ricerca di cui parliamo oggi è stata condotta effettuando tre esperimenti.
Nel primo i partecipanti sono stati divisi in due sottogruppi e sottoposti a due condizioni sperimentali: lunch today e lunch yesterday. In pratica i soggetti, invitati al setting sperimentale fra le 14:30 e le 16:30, hanno dovuto scrivere su un foglio A4 “nel modo più dettagliato possibile” ciò che avevano mangiato a pranzo il giorno stesso o il giorno prima.
Quindi hanno compilato dei questionari che valutavano la fame, la sazietà, il desiderio di mangiare e l’umore. Infine gli sono stati piazzati davanti tre bidoncini di popcorn contrassegnati dalle lettere A, B e C con popcorn contenenti diversi quantitativi di sale (niente sale, poco sale, molto sale).
Il compito esplicito per i partecipanti era quello di valutare la gradevolezza dei popcorn e giudicarne la sapidità su una scala ad hoc. In realtà i ricercatori miravano a quantificare quanto popcorn i soggetti mangiavano per portare a termine il compito…
I risultati hanno evidenziato che la quantità di popcorn consumata dai partecipanti nella condizione “lunch today” era inferiore a quella consumata dai partecipanti nella condizione “lunch yesterday”.
Ricordare dunque il pasto da poco consumato riduceva il quantitativo di snack che i soggetti gradivano mangiare nel loro presunto test di valutazione alimentare.
Inoltre non c’erano differenze significative tra i tre bidoncini nel quantitativo prelevato, suggerendo che l’effetto inibitorio del ricordo di un pasto recente non dipende dalla palatabilità dello spuntino.
Negli altri due esperimenti sono state indagate le interazioni su questo effetto inibitorio delle attitudini alimentari individuali e del tempo che intercorre fra pasto e spuntino. Li vediamo domani.
[continua]

Giu 08 9

BIID: il paradosso dei sani che vogliono diventare disabili

Pubblicato da Giulietta Capacchione alle 23:57 in Psicologia clinica


silhouette.gif

L’anno scorso ho scritto un articolo dal titolo “Amputarsi una gamba per sentirsi completi”  in cui raccontavo dell’incredibile Body Integrity Identity Disorder  (BIID), una condizione psicologica estremamente rara nella quale il soggetto sente di “abitare” un corpo che non corrisponde all’ immagine mentale che ha di se stesso. La cosa incredibile è che il “corpo immaginato” e desiderato da queste persone è un corpo amputato o paraplegico: chiedono dunque di poter essere amputati o di aver paralizzate gambe o braccia perfettamente sane per raggiungere “una completezza” che sentono di non possedere. Quando non ricevono ascolto o dopo aver tentato inutilmente una psicoterapia o una cura psicofarmacologica, possono provare a provvedere autonomamente con i mezzi più atroci pur di raggiungere il loro scopo, talvolta morendo nel tentativo.
Recentemente è apparso un lungo articolo
su questo argomento su Newsweek che aggiunge qualche informazione interessante.
Intanto pare che esistano dozzine di siti web per persone BIID che richiedono a gran voce la  possibilità di accedere a una chirurgia sicura e legale per le amputazioni o alla supervisione medica per diventare paraplegici. Fra i siti citati si menziona
www.transabled.org che dichiara 1,500 visitatori al giorno, www.biid-info.org, e un Yahoo Group di supporto di circa 1700 membri.
I  frequentatori di questi siti sembrano essere per lo più maschi, di mezza età, profondamente convinti che il BIID non sia una malattia mentale e non possa essere trattata come tale, ma rappresenti un tratto dell’identità, eventualmente di natura neuropsicologica, a cui solo la chirurgia può porre soluzione, un po’ come succede a coloro che hanno un disturbo dell’identità di genere (transessualismo) e possono ricorrere alla chirurgia di riattribuzione del sesso.
 Il dott. Michael First, professore of psichiatria clinica alla Columbia University di New York, ha condotto nel 2005 uno studio* telefonico su 52 persone con BIID, rilevando come esse non risultino psicotiche, non abbiano difficoltà relazionali e siano completamente ancorate alla realtà,  pur vivendo la dolorosa sensazione di qualcosa di profondamente sbagliato e intollerabile nel loro corpo integro.
Nel 2007 V. Ramachandran ha scritto un articolo in cui ipotizza un parallelismo fra BIID e somatoparafrenia. In questa ultima condizione, che può verificarsi dopo un ictus nel lobo parietale destro, il paziente nega la “proprietà” di un suo arto sul lato sinistro del corpo, tipicamente il braccio. Questi pazienti possono descrivere l’arto come estraneo e alieno, come appartenente a qualcun altro o come staccato dal corpo e giacente inerte nel loro letto. Ovviamente  sviluppano per questo arto estraneo una forte repulsione emotiva.
Poiché questo fenomeno occorre dopo un danno al lobo parietale, Ramachandran suggerisce che questa zona del cervello giochi un ruolo molto importante nella costruzione dell’immagine corporea. Egli postula dunque che all’origine del BIID esista un disturbo funzionale della corteccia parietale destra probabilmente di origine genetica, come suggerisce il fatto che la maggior parte dei pazienti BIID datino l’insorgenza dei loro sintomi nella prima infanzia. A causa di questa disfunzione nel lobo parietale destro non si formerebbe mai, nel cervello di queste persone, un’immagine corporea completa e coesa, per cui essi sono in grado di sentire che, ad esempio, una gamba è lì in quel punto, attaccata al bacino, ma sono dolorosamente afflitti dalla sensazione che non “dovrebbe” essere lì, che si tratti di un surplus, qualcosa di profondamente sbagliato.
Altri ricercatori eccepiscono che, se l’identificazione come amputato originasse realmente da una disfunzione cerebrale, dovrebbero esserci altri sintomi oltre al desiderio di liberarsi dell’arto estraneo: dovrebbe essere difficile usare la gamba, per esempio, o dovrebbero esserci segni di inattenzione all’arto (neglect).
La stessa comunità di BIId.info si chiede se questa ipotesi di Ramachandran possa rendere conto delle diverse forme di BIID che comprendono anche il desiderio intenso di diventare paraplegici, ciechi, sordi o colpiti da altre disabilità non frutto di amputazione.

Come diceva Georg Büchner "Ogni uomo è un abisso, e a guardarci dentro, gira la testa"

UPDATE 17 giugno 2008: La storia di David Openshaw su The Sun

*Abstract | Desire for amputation of a limb: paraphilia, psychosis, or a new type of identity disorder.
**paper originale | Can vestibular caloric stimulation be used to treat
apotemnophilia?
(pdf)

Mag 0828

Le due facce dell’orgoglio

Pubblicato da Giulietta Capacchione alle 23:25 in Psicologia clinica


narcisismo.jpgJessica Tracy è una psicologa della British Columbia University che da alcuni anni sta studiando…l’orgoglio.
Nonostante la sua centralità nel comportamento sociale, l’orgoglio è stato poco indagato dalla letteratura psicologica, soprattutto confrontato con altre emozioni complesse e affini come la vergogna o la colpa che, assieme all’imbarazzo, costituiscono il gruppetto delle emozioni “autoriflessive”.
L’orgoglio tradizionalmente è stato considerato un‘ emozione secondaria, separata dalle cosiddette emozioni di base che, si pensa, sono biologicamente fondate e universali.
Diversi ricercatori, fra cui Ekman di cui abbiamo parlato in questo post a proposito delle microespressioni
 , hanno argomentato che l’orgoglio è un concetto troppo ampio per essere condiderato un costrutto unico e sarebbe meglio considerarlo una “somma” di due o più emozioni distinte.
In realtà alcune recenti ricerche hanno dimostrato che l’orgoglio ha una sua espressione ben precisa, transculturalmente riconoscibile e accuratamente identificata da adulti e bambini. 
Questo suggerisce che  potrebbe possedere i criteri per essere considerato un’emozione di base.
Senza dubbio ha funzioni adattive molto importanti e gioca un ruolo di primo piano in molti domini del funzionamento psicologico.
Esprimere orgoglio può comunicare agli altri il successo di un individuo, potenziando il suo status sociale, mentre da un punto di vista soggettivo rinforza i comportamenti che lo hanno generato incrementando l’autostima. In particolare i sentimenti di orgoglio rinforzano i comportamenti prosociali come l’altruismo e i comportamenti adattivi come il raggiungimento di un obiettivo o il conseguimento di uno scopo.
La perdita dell’orgoglio o la sua ferita provocano al contrario aggressività e altri comportamenti antisociali, risposta automatica a una minaccia apportata all’Io.
Ma come può la stessa emozione avere esiti così diversi  e talvolta antagonisti?
Secondo Tracy il paradosso può essere risolto se si ipotizza che l’orgoglio abbia due facce distinte, una forma prosociale e orientata all’obiettivo e un'altra "presuntuosa" e autoincensante relativa al propro sé globale.
Ma facciamo un passo indietro. L’orgoglio è elicitato quando gli individui dirigono l’attenzione verso di sé, attivano autorappresentazioni e stimano un evento come rilevante per quelle rappresentazioni. Perché si eliciti orgoglio l’evento deve essere congruente con autorappresentazioni positive. Gli individui devono poi fare una serie di attribuzioni causali: l’orgoglio emerge infatti in risposta a un attribuzione interna, ossia quando il sé può essere accreditato come causa predominante dell’evento.
Ebbene una prima forma di orgoglio,  alpha o autentico ("Sono orgoglioso di ciò che ho fatto") risulterebbe da attribuzioni a cause interne, instabili e controllabili (“ho vinto perché mi sono allenato”), mentre l’orgoglio “presuntuoso” del sé globale risulterebbe da attribuzioni a cause interne, stabili e incontrollabili (“ho vinto perché sono un grande”).
Più o meno la stessa differenza che passa tra la colpa (in cui ci si focalizza su aspetti negativi del proprio comportamento, quello che è stato fatto o non fatto) e la vergogna (in cui ci si focalizza sugli aspetti negativi del proprio sé, il sé che ha fatto o non fatto quella cosa).
Colpa e vergogna hanno effetti diversi su variabili come l’autostima, l’ottimismo, la depressione, l’ansia e la possibilità di ripetere il comportamento e anche l’orgoglio potrebbe essere concettualizzato allo stesso modo, come emozione bicomponenziale.
La ipotizzata presenza di due facce dell’orgoglio spiegherebbe anche le somiglianze e le differenze tra alti livelli di autostima e narcisismo, due costrutti di personalità che coinvolgono alti livelli di orgoglio, ma sono associate a diversi repertori cognitivi e comportamentali.
Un modo di comprendere queste due dimensioni di personalità è quello di postulare che ciascuna di esse sia guidata da una differente emozione nucleare, una delle due  facce dell’orgoglio: l’orgoglio autentico accompagnerebbe e stimolerebbe l’alta auto-stima, mentre l’orgoglio presuntuoso potrebbe essere la base del narcisismo (“sono perfetto, sono sempre perfetto”).
Se a qualcuno interessa approfondire questo complesso e affascinante argomento, di seguito ci sono alcuni riferimenti bibliografici.

Paper originale | The Psychological Structure of Pride: A Tale of Two Facets (pdf)
Abstracts |
The prototypical pride expression: Development of a nonverbal behavior coding system
The nonverbal expression of pride: Evidence for cross-cultural recognition
Can children recognize pride?

Mag 0821

Vigoressia: l'anoressia al contrario

Pubblicato da Giulietta Capacchione alle 22:32 in Psicologia clinica


bodybuilder-young.jpg

Gli organi di stampa stanno lanciando l’allarme  per un “nuovo” disturbo alimentare: la vigoressia.
Il tutto nasce dalle dichiarazioni del professor Emilio Franzoni, direttore del reparto di Neuropsichiatria infantile e del centro per i disturbi del comportamento alimentare dell'Università di Bologna, in occasione di un convegno nell’ambito di “Rimini Wellness”, la fiera dedicata al fitness.
Qui precisiamo soltanto che la vigoressia o bigorexia non è un disturbo così nuovo, fu identificato nel 1993 da Pope HG Jr, Katz DL, Hudson JI in un paper apparso su Comprehensive Psychiatry dal titolo "Anorexia nervosa and "reverse anorexia" among 108 male bodybuilders".
Il termine reverse anorexia fu proposto in considerazione  del fatto che, con  modalità uguali e contrarie all’anoressia, chi soffre di questo disturbo continua a vedersi gracile e smilzo nonostante abbia una muscolatura fuori dal comune.
Riguarda prevalentemente gli uomini e i sintomi più eclatanti sono una assenza di massa grassa nonostante la presenza di imponente muscolatura, un’urgenza vissuta come incontrollabile ad aumentare continuamente la massa muscolare, la presenza di esercizio fisico compulsivo, il ricorso a ferree restrizioni dietetiche che privilegiano i cibi iperproteici e, talvolta,  l’uso massicco di steroidi anabolizzanti.
Elevati livelli di insoddisfazione nei confronti della propria immagine corporea, spesso francamente irrealistici, si traducono in comportamenti di isolamento sociale e di non esposizione del proprio corpo per paura del giudizio altrui.
Il disordine fu  denominato più tardi  dagli stessi autori dismorfia muscolare, e come tale potreste trovarlo citato. Divulgativamente Pope ha chiamato il disturbo Complesso di Adone in un libro uscito nel 2000.
L'espressione "anoressia al maschile" invece, con cui spesso leggo descritta la vigoressia sul web, non è corretta in quanto potenzialmente confondente: l'anoressia nervosa maschile esiste ed è un disturbo diverso dalla vigoressia benchè speculare.
La catalogazione diagnostica per chi è appassionato di incasellamenti nosografici è incerta e a cavallo fra  la dismorfofobia, i disturbi alimentari non altrimenti specificati (NAS) e il disturbo ossessivo-compulsivo.
Argomento sicuramente importante e interessante, ma non proprio una scoperta di oggi.

Mag 08 9

Cosa scatena la nostalgia e a che cosa serve

Pubblicato da Giulietta Capacchione alle 10:17 in Psicologia clinica


la_condizione_umana_magritte.jpg

Concludiamo oggi il nostro piccolo viaggio alla scoperta della nostalgia guidati dalle ricerche di Tim Wildschut e colleghi (2006).
Una delle domande a cui dovevamo dare una risposta era: cosa scatena la nostalgia?
Gli studi hanno evidenziato che nel 38% dei casi essa sembra indotta da uno stato d’animo negativo, in particolare da un senso di solitudine.
Un altro “interruttore” della nostalgia sono le interazioni sociali, ovvero il rivedere persone che erano con noi tempo fa e ricordare con loro quello che è accaduto nel passato.
Seguono gli imput sensoriali come gli odori e la musica confermando il noto “Fenomeno di Proust” e in coerenza con il fatto che gli imput sensoriali sono in grado di far emergere contenuti mnestici di particolare vividezza.
Seguono gli oggetti, eventi simili a quelli già vissuti (ad es. una gita al mare che ricorda un’altra gita al mare), l’inerzia (ovvero momenti in cui non si ha molto da fare come durante un viaggio in treno), emozioni positive, anniversari e situazioni (ad esempio quando si ritorna nel proprio paese natio).
Ad ogni modo la prevalenza dello stato d’animo negativo nel provocare nostalgia ha fatto supporre che le persone possano sperimentare ricordi nostalgici nel tentativo di contrastare tale stato d’animo. Coerentemente con questa ipotesi Josephson, Singer, e Salovey* nel 1996, verificarono che i soggetti dei loro esperimenti recuperavano maggiormente memorie autobiografiche  positive quando erano di umore triste, come se esse fungessero da tentativi di riparazione e ricostituzione di uno stato umorale più funzionale.
E’ altrettanto vero che quando l’umore è drammaticamente basso, come nelle persone clinicamente depresse, si assiste a un recupero selettivo in memoria dei soli ricordi autobiografici negativi…
La constatazione che anche l’interazione sociale è un potente fattore scatenante della nostalgia ne sottolinea l’aspetto interpersonale. La condivisione con gli altri di episodi nostalgici sarebbe un modo di conservarne l’accessibilità e di rinfrescarne il ricordo nonché di consolidare i legami sociali. Penso alle rimpatriate tra amici di scuola, spesso limitate a infiniti "Ti ricordi? Ti ricordi?" :)
Ebbene, con i restanti 5 studi di Tim Wildschut, per i cui dettagli vi rimando all’articolo originale, egli ha effettivamente riscontrato che i benefici della nostalgia e in ultima analisi la sua funzione psicologica potrebbe risiedere in questi tre elementi: generare un’emozione positiva (spesso come controbilanciamento di uno stato d’animo negativo, soprattutto di solitudine), consolidare i legami sociali ed accrescere l’autostima.
Io penso che la nostalgia, nonostante sia misconosciuta e poco indagata, sia una delle emozioni più rilevanti nel pantheon degli stati emotivi e possa essere oggetto privilegiato  di lavoro terapeutico. In molte circostanze essa può infatti cristallizzarsi in una forma di idealizzazione del passato con conseguentemente svalutazione del presente e inerzia del futuro.
E' invece possibile trasformarla in un sentimento allo stesso tempo consolatorio e proattivo, poichè se è vero che un momento del passato è trascorso per sempre, un ricordo conservato e condiviso è un patrimonio di dolcezza che ci apparterrà per sempre, una parte del filo ininterrotto della nostra esperienza di vita su cui può fondarsi, senza arenarsi, il senso della nostra storia personale.

*Josephson, B. R., Singer, J. A., & Salovey, P. (1996). Mood regulation and memory: Repairing sad moods with happy memories. Cognition and Emotion, 10, 437–444.

Fonte | Nostalgia: Content, Triggers, Functions (pdf)
Immagine | René MAGRITTE, La condizione umana (”La condition humaine”), 1933, olio su tela 100 x 81, Washington, National Gallery of Art.

Pagina: 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28
Categoria: « Podcast | Psicologia clinica | Psicologia cognitiva »
Profilo
Foto & Video
Post più letti
Ultimi commenti
Archivi

Mappa del blog

Tag
Newsletter
Logo Blogosfere
Cronaca e Attualità
Cultura
Economia e Finanza
High Tech
Politica e Società
Scienza e Salute
Spettacoli
Sport e Motori
Style e Fashion
Tempo libero

Speciali
In cerca d'autore
  • Vuoi curare uno dei nostri blog in cerca d'autore? Per conoscere i blog liberi scrivici a bloggers@blogosfere.it
Business Blog
Ultime di Scienza - Salute
Ultime da Blogosfere
Link utili
Partner tecnici
  • Logo SixApart
  • Logo MySyndicaat